Giornalismo ambientale sotto tiro nel mondo

I recenti report dell’Unesco e di Reporters Sans Frontieres sulla libertà di stampa sono allarmanti: a essere sotto attacco non è solo la libertà di stampa in sé, ma anche gli stessi giornalisti e la loro incolumità fisica, soprattutto quando indagano su affari molto redditizi per il mondo della politica e dell’economia. Diversi i casi di giornalisti ambientali uccisi in Asia e in America Latina, ma la situazione non è buona nemmeno in Europa e nel nostro Paese, dove più di un giornalista viene minacciato ogni giorno.

Non solo greenwashing e negazionismo: gli attacchi ai giornalisti ambientali

Più del 70% dei giornalisti ambientali è stato attaccato per il proprio lavoro dal 2009: lo dice un rapporto dell’Unesco pubblicato  il 3 maggio, allarmato per l’aumento delle minacce nei confronti di coloro che coprono mediaticamente la crisi climatica. L’Unesco e la Federazione internazionale dei giornalisti, che hanno condotto congiuntamente una ricerca presentata in occasione della Giornata mondiale per la libertà di stampa, “Stampa e pianeta in pericolo”, hanno affermato che il giornalismo ambientale è diventato un campo sempre più pericoloso. Pericolo che la natura sovente remota e isolata del lavoro e l’argomento trattato – tra cui le politiche aziendali dei produttori di combustibili fossili e delle imprese minerarie, l’accaparramento delle terre e la deforestazione – spesso contribuiscono ad aumentare.

Se il piombo dell’esercito sionista è la maggior causa di morte per i giornalisti palestinesi (negli ultimi sette mesi a Gaza sono stati uccisi più di 122 giornalisti), anche nel resto del mondo la libertà di stampa non se la passa bene, specialmente quando incrocia i misfatti ambientali dell’imprenditoria, sia quella “per bene” sia quella mafiosa. Già nel 2022 il Rapporto del Direttore generale dell’UNESCO sulla sicurezza dei giornalisti e il pericolo dell’impunità aveva evidenziato un aumento costante della percentuale di giornalisti uccisi al di fuori delle zone di conflitto armato negli ultimi anni, molti dei quali si occupavano di questioni ambientali. I giornalisti e i comunicatori indigeni, locali e indipendenti sono particolarmente colpiti da questo tipo di violenza, poiché operano in prima linea per raccogliere informazioni e spesso non dispongono di una protezione adeguata a svolgere il loro lavoro in sicurezza.

“A queste sfide – continuiamo a leggere – si aggiungono la mancanza di pluralismo e diversità, i conflitti di interesse, la cattura economica e le sfide alla vitalità dei media. Le varie minacce che i giornalisti e i comunicatori si trovano ad affrontare sono spesso intimidatorie e possono portare all’autocensura, in quanto i giornalisti possono preferire di rimanere in silenzio piuttosto che rischiare il posto di lavoro o la sicurezza propria e delle loro famiglie. Da un lato, indeboliscono il ruolo dei giornalisti come ‘cani da guardia’ della democrazia e riducono la loro capacità di chiedere conto ai potenti, sia pubblici che privati; dall’altro, la censura può erodere la fiducia dei cittadini nel giornalismo e incidere sul loro diritto di accesso alle informazioni, creando un vuoto favorevole alla proliferazione della disinformazione”.

Al negazionismo climatico, infatti, si accompagnano dos…

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