Pnrr: tutto il potere al capitalismo digitale 

Lungi dal servire per garantire migliori servizi ai cittadini e rimettere in buone condizioni le strutture ospedaliere e/o scolastiche, il denaro stanziato per il Piano nazionale di ripresa e resilienza serve in realtà un principale, forse unico, scopo: far esplodere senza freni il capitalismo digitale, fornendo ai privati accesso illimitato anche a molte infrastrutture statali che hanno a che fare con alcuni dei diritti più delicati dei cittadini, sempre più sorvegliati e sempre meno liberi. La politica si rimodella, andando verso una tendenza sempre più sfacciatamente autoritaria.

Digitale, l’ultima frontiera
Durante la pandemia da Covid 19 abbiamo assistito alla drastica diminuzione delle attività industriali e dei trasporti, al contempo a una vertiginosa impennata delle attività online. La versione “digitale” del Pianeta, con l’umanità reclusa, è sembrata una sua versione green, con meno emissioni, meno traffico, meno inquinamento da CO2. Un esempio di “riconversione immediata”, i cui costi sono stati pagati, come sempre, dalle classi sociali già impoverite.
L’economia digitale, già in ascesa, è salita a razzo, per capitalizzazione. Una consacrazione definitiva sul trono, per le imprese del settore digitale: Microsoft era solo al sesto posto nel 2008, quando ancora dominavano colossi come Exxon Mobil, PetroChina, Valmart; ma già dal 2018 le venditrici di virtualità erano divenute le principali macinasoldi al mondo.
I fatti hanno ribadito (anche con le vicende del Pnrr, come vedremo), che lo sbocco aureo del capitalismo del Ventunesimo secolo è il Pianeta Digitale: un Pianeta replica di quello reale, nel quale renderizzare, ordinare, indirizzare ogni aspetto (ludico, civile, industriale) della società. Si badi bene, nella green economy chiodo non scaccia chiodo: la “transizione” è lenta, programmabile dai vari interessi in gioco: da quello del dar fondo ai combustibili fossili, riconvertire il settore industriale (già delocalizzato e globalizzato) a spese di lavoratori e consumatori, fino a utilizzare terre rare e sofisticati brevetti, definendo i nuovi equilibri.

L’attrattiva della digitalizzazione universale è gustosa sia per chi investe nei Paesi emergenti, sia per chi non sa più cosa inventarsi per continuare a vendere in quelli a capitalismo avanzato (non si possono vendere altri frigoriferi a breve termine a chi già ne possiede tre). Per entrambe le tipologie di mercato, infatti, è una carta in più da giocare, poiché consente tra l’altro di gestire i flussi di produzione in maniera molto più organizzata. Avere un cliente (e un cittadino) digitale permette infatti di gestire come flusso iper-reattivo la produzione e le vendite, proiettandone le curve. Prevedere, programmare, prevenire: ecco tre imperativi validi sia per l’economia sia per la politica di oggi, coi suoi nuovi strumenti.

Si è parlato molto dell’analisi comportamentale a partire dal libro, fondamentale, di Shoshana Zuboff del 2021, Il capitalismo della sorveglianza, in cui la sociologa descriveva il metodo di estrazione dei dati (“sorveglianza”) per un capitalismo predittivo. Alcuni filosofi, quali Éric Sadin, hanno preferito illustrare il fenomeno della digitalizzazione massiva come sinergia tra nuovi dispositivi ed egocentrismo umano, descrivendo un Ego ormai totalmente centrato sul proprio ruolo monarchico in un universo digitale costruito a propria somiglianza. Ma è difficile pensare che questo fenomeno della connessione globale e dell’Internet of Things, con le sue culture polarizzate, non sia sotteso da una forte spinta macroeconomica, una radice che diviene tendenza antropologica e politica.
Zuboff ha di certo colto nel segno, descrivendo l’ascesa della digitalizzazione come fondata su precisi interessi economici ai quali corrisponde, purtroppo, anche una nuova mentalità politica basata sul controllo della cittad…

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