La Bestia del nuovo fascismo. Intervista a Paolo Berizzi

Paolo Berizzi, giornalista di "Repubblica" che da anni conduce inchieste sul nuovo fascismo, ha recentemente pubblicato per Rizzoli il libro “Il ritorno della Bestia. Come questo governo ha risvegliato il peggio dell'Italia”. Il ritorno della Bestia non coincide con quello del fascismo storico ma con quello di un fascismo nuovo, pop, che però con il primo condivide alcune caratteristiche, le peggiori che l’Italia abbia espresso e continua a esprimere. Ne parliamo con l’autore, che vive da anni sotto scorta in seguito a minacce di gruppi neofascisti e neonazisti.

Inizierei questa intervista focalizzandoci sul titolo e il sottotitolo del suo libro. Partiamo dal titolo: che cosa è esattamente la Bestia? E come si esprime?

La Bestia è un nuovo fascismo, per dirla con le parole di Michela Murgia. Un fascismo che non è quello storico, così come lo abbiamo conosciuto e che ci raccontano oggi i libri di storia: è un fascismo nuovo, che si esprime essenzialmente con altre caratteristiche, riportandone però a galla altre tipiche di quel fascismo. A fianco a queste si esplicita un fascismo che io ho chiamato da discount: un fascismo slavato che si esprime innanzitutto con un risveglio di pulsioni che possono portare anche a derive autoritarie e illiberali in seguito alla fascinazione per un capo – o una capa – che si carica sulle spalle l’onere di mettere ordine al caos generale di quest’epoca con un piglio appunto autoritario, che poco ha a che fare con il senso democratico e costituzionale. Questa è sostanzialmente la Bestia. L’ho chiamata così dando per scontato che chi sa che cosa il fascismo ha rappresentato nel nostro Paese sia bene informato anche sul fatto che quel fascismo, pur non uguale a sé stesso, possa tornare in forme nuove, larvate, a volte liquide, difficili da cogliere e da studiare anche per chi se ne occupa, ma tant’è: è quella roba lì, la Bestia che ritorna, il male del Paese ieri e oggi.

Per capire la Bestia bisogna pensare a un virus mutante che, come diceva Camilleri, non essendo mai stato sconfitto torna appunto mutato; un virus che non abbiamo mai debellato e che quindi si è ripresentato penetrando nel corpo della democrazia, contagiando cioè istituzioni, enti, associazioni, organismi… Fino a diventare un comune sentire, a partire dal quale la destra di governo lavora per rendere presentabile la Bestia, sfruttandola anche come veicolo di consenso, di perenne marketing politico. Giorgia Meloni, quando ha iniziato la sua corsa prima alla leadership della destra e poi a Palazzo Chigi, deve essersi fatta queste domande: “I concetti alla base delle tesi fasciste hanno ancora presa su parte degli italiani? E quanto rendono?”.

Soprattutto la seconda parte della risposta ci porta dritti al sottotitolo: Come questo governo ha risvegliato il peggio dell’Italia. Già, come?

Il sottotitolo è molto diretto e lo è perché rispecchia ciò che è realmente accaduto: non è un’interpretazione ma è un dato di fatto.

La Bestia è stata sdoganata ovviamente non solo da Giorgia Meloni: il processo è iniziato con Silvio Berlusconi, che non era certamente fascista ma nemmeno antifascista, essendo probabilmente afascista. Berlusconi considerava l’antifascismo qualcosa che non funzionava e quindi lo ha attaccato in più occasioni. Poi si arriva a Matteo Salvini e alla sua svolta all’estrema destra, rendendo la Lega un partito di destra estrema, con la destra estrema alleato non solo in Italia ma anche in Europa, in un tentativo disperato di superare a destra Giorgia Meloni quando ormai era troppo tardi. Si giunge quindi al governo Mel…

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