La Shoah dopo Gaza

Già prima dell’inizio del massacro in atto a Gaza, la Shoah stava perdendo il suo posto centrale nella nostra immaginazione del passato e del futuro. È vero che nessuna atrocità è stata commemorata in modo così ampio e completo, ma la cultura della memoria intorno alla Shoah ha ormai accumulato una sua lunga storia. E questa storia dimostra che tale memoria non è scaturita semplicemente in modo organico da ciò che è accaduto tra il 1939 e il 1945: è stata costruita, spesso in modo deliberato, e con fini politici specifici. E, sempre di più, sembra che solo coloro che sono scossi nella coscienza da quanto sta avvenendo a Gaza possano salvare la Shoah da Netanyahu, Biden, Scholz e Sunak e restituirle il suo significato morale universale.

Nel 1977, un anno prima di suicidarsi, lo scrittore austriaco Jean Améry si imbatté in alcuni resoconti a stampa sulla tortura sistematica dei prigionieri arabi nelle carceri israeliane. Arrestato in Belgio nel 1943 mentre distribuiva opuscoli antinazisti, lo stesso Améry era stato brutalmente torturato dalla Gestapo e poi deportato ad Auschwitz. Riuscì a sopravvivere, ma non riuscì mai a considerare i suoi tormenti come qualcosa del passato. Durante la sua vita insistette sul fatto che coloro che vengono torturati rimangono torturati e che il loro trauma è irreversibile. Come molti sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, Améry arrivò a sentire un «legame esistenziale» con Israele negli anni Sessanta. Attaccò ossessivamente i critici di sinistra dello Stato ebraico definendoli «sconsiderati e senza scrupoli» e potrebbe essere stato uno dei primi a sostenere l’affermazione, ora abitualmente amplificata dai leader e dai sostenitori di Israele, che i virulenti antisemiti si mascherano da virtuosi antimperialisti e antisionisti. Eppure i resoconti delle torture nelle carceri israeliane spinsero Améry a riconsiderare la sua solidarietà con lo Stato ebraico. In uno dei suoi ultimi saggi scriveva: «Chiedo urgentemente a tutti gli ebrei che vogliono essere esseri umani di unirsi a me nella condanna radicale della tortura sistematica. Dove inizia la barbarie, persino gli impegni esistenziali devono finire».

Améry fu particolarmente turbato dall’apoteosi, nel 1977, di Menachem Begin come primo ministro israeliano. Begin, che aveva organizzato l’attentato del 1946 al King David Hotel di Gerusalemme in cui morirono 91 persone, fu il primo degli espliciti esponenti del suprematismo ebraico che continuano a governare Israele. Fu anche il primo a invocare regolarmente Hitler, l’Olocausto e la Bibbia mentre attaccava gli arabi e costruiva insediamenti nei territori occupati. Nei suoi primi anni di vita lo Stato di Israele ebbe un rapporto ambivalente con la Shoah e le sue vittime. David Ben-Gurion, che per primo ricoprì la carica di primo ministro israeliano, inizialmente considerò i sopravvissuti alla Shoah come «relitti umani», sostenendo che erano sopravvissuti solo perché erano stati «cattivi, duri, egoisti». Fu Begin, demagogo polacco, rivale di Ben-Gurion, a trasformare l’assassinio di sei milioni di ebrei in un’intensa preoccupazione nazionale e in una nuova base per l’identità di Israele. L’establishment israeliano cominciò a produrre e diffondere una versione molto particolare della Shoah, che poteva essere utilizzata per legittimare un sionismo militante ed espansionista.

Améry non mancò di notare questa nuova retorica e fu categorico riguardo alle sue distruttive conseguenze per gli ebrei che vivevano al di fuori di Israele. Che Begin, «con la Torah sotto braccio e promesse bibliche in bocca», parli apertamente di rubare la terra palestinese «sarebbe ragione sufficiente», scriveva, «perché gli ebrei della diaspora rivedano il loro rapporto con Israele». Améry implorò i leader israeliani di «riconoscere che la vostra libertà può essere raggiunta solo con il vostro cugino palestinese, non contro di lui».

Cinque anni dopo, insistendo sul fatto che gli arabi erano i nuovi nazisti e Yasser Arafat il nuovo Hitler, Begin attaccò il Libano. Nel momento in cui Ronald Reagan lo accusò di aver perpetrato un “olocausto” e gli ordinò di porvi fine, le Forze di difesa israeliane (Idf) avevano ucciso decine di migliaia di palestinesi e libanesi e cancellato gran parte di

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