Libia, un Paese instabile alla mercé degli interessi stranieri

Il 16 maggio 2024 ricorre il decimo anniversario del lancio, da parte delle forze del generale Khalifa Haftar, dell’offensiva chiamata Operazione Dignità. Con l’occasione ripercorriamo le tappe fondamentali del decennio appena trascorso per contestualizzare lo stato attuale della Libia. O meglio, delle Libie.

A dieci anni dallo scoppio della guerra civile e a tredici dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi, la Libia (o meglio, le Libie) resta un Paese frammentato. Lontano dal trovare una soluzione politica ai conflitti interni per la lotta al potere, dall’armistizio del 2020 a oggi ha visto fallire tutti i tentativi di ricomposizione dell’unità territoriale. A partire dalla programmazione di una condivisa agenda elettorale. Stallo che ha contribuito a calcificare la spaccatura tra le due anime geografiche e politiche del Paese. I governi di Tripoli e di Bengasi continuano infatti a percepirsi legittimi, per nulla intenzionati a cedere l’uno all’altro l’autorità che fin qui sono riusciti a consolidare.

Un contesto reso ancor più fragile dalle debordanti crisi saheliane che insistono da sud. Tra Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad negli ultimi anni si sono susseguiti cinque colpi di Stato e da un anno in Sudan imperversa la guerra civile. Venti d’instabilità che premono dal «bordo del deserto» (dall’arabo sahil) e contribuiscono a strutturare il caos libico, a sua volta opportunità per gli affari dei trafficanti e la diffusione della corruzione, o per attori esterni che intravedono nelle fragilità statali africane l’occasione per accrescere la propria influenza politica, economica e militare. L’evoluzione della crisi libica è stata infatti segnata da una forte ingerenza esterna, ma al contempo una mancata soluzione della crisi sul piano internazionale ha determinato gradualmente l’affermazione delle milizie locali, che hanno assunto sempre più le sembianze di organizzazioni criminali.

Tutto ciò è stato possibile perché dalla rivolta del 2011, sostenuta dalla Nato, la Libia non è più riuscita a ricostruire una parvenza di Stato. Allo scoccare del decimo anniversario del 16 maggio 2014, giorno in cui le forze del generale Khalifa Haftar lanciarono un’offensiva chiamata Operazione Dignità, ripercorrere le tappe fondamentali del decennio appena trascorso può dunque servire a contestualizzare lo stato attuale del Paese.

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Caduto Gheddafi, la scelta su quale strada imboccare per una nuova Libia cominciò con una forte spinta per l’autodeterminazione del popolo libico, priva di sostegno esterno. Il percorso verso le prime elezioni libere fu infatti segnato dal rifiuto dei libici di accettare una missione guidata dalle Nazioni Unite. Nel luglio 2012 il Paese elesse un Congresso nazionale generale (Cng) con l’obiettivo di giungere entro 18 mesi a una costituzione democratica. La fallita transizione, primo tentativo di soluzione politica, fu invece prodromo dello scoppio del conflitto civile. Allo scadere del mandato del Cng, nel febbraio 2014, Khalifa Haftar, già comandante dell’esercito di Gheddafi benché poi partecipe dell’insurrezione contro di lui, chiese con la minaccia militare la destituzione del Cng e la formazione di un governo ad interim per indire nuove elezioni. Gli eventi precipitarono nell’arco di pochi mesi. Il 16 maggio le forze leali a Haftar lanciarono un’offensiva contro i gruppi armati islamisti a …

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