L’Europa e la sua influenza sulla politica polacca. Intervista a Daniele Stasi

Vent’anni in Europa: un traguardo che per paesi come la Polonia assume un carattere certamente particolare in questo momento, vista l’insicurezza creata dall’invasione russa in Ucraina e dal ruolo inedito che stanno giocando tutti gli Stati del “fianco est” del vecchio continente (e della Nato). Un traguardo che però nel caso di Varsavia vede anche significative novità politiche, come la vittoria alle elezioni dell’ottobre scorso della coalizione liberale guidata da Donald Tusk che ha messo fine alla temporanea egemonia nazionalpopulista del PiS di Kaczyński. Abbiamo provato a tracciare un bilancio di questa parabola con Daniele Stasi, professore alle Università di Foggia e Zielona Góra e studioso del nazionalismo polacco, autore del volume “Polonia restituita. Nazionalismo e riconquista della sovranità polacca” (Il Mulino, 2022).

Professore, come ricostruirebbe il contesto in cui la Polonia ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea?

Nel momento in cui si dovette decidere non c’erano molti Stati favorevoli. Per esempio, l’Ungheria di Viktor Orbán si diceva contraria e premeva affinché entrassero in Europa in prima battuta nazioni più piccole, sia dal punto di vista dell’estensione territoriale ma anche della popolosità. Il modello era quello di un’integrazione a due marce differenti e in ballo c’erano interessi prettamente economici e geopolitici: le risorse europee facevano particolarmente gola a Budapest e avrebbero permesso al Paese retto da Orbán di acquisire un certo peso politico all’interno dell’Unione. In quel contesto, ci fu allora una forte spinta da parte della Germania affinché si accogliessero i polacchi: l’allora cancelliere Gerhard Schröder assieme alla rappresentanza della politica estera di Varsavia si spesero molto in tal senso.

Anche in questo caso, giocavano un ruolo aspettative economiche che si sono effettivamente verificate in seguito: per Berlino l’ingresso della Polonia rappresentava un’occasione per importare forza lavoro e risorse. Inoltre, la normalizzazione e stabilizzazione dei rapporti diplomatici con questo vicino significavano un rafforzamento del “fianco orientale” della Germania. Insomma, interessi economici e politici che si integravano a vicenda: i leader polacchi dell’epoca – che in quella congiuntura erano due post-comunisti, il presidente della repubblica Aleksander Kwaśniewski (che nel 1995 aveva sconfitto Lech Wałęsa e poi sarebbe stato rieletto nel 2000) e Leszek Miller (che è stato membro autorevolissimo del vecchio Partito Operaio Unificato Polacco, vale a dire il vecchio partito comunista, ma allo stesso tempo europeista convinto) – furono capaci di portare il quadro politico e sociale dalla parte del voto favorevole all’entrata, come dimostrano i risultati del referendum del 2003 (77,6% di preferenze per l’ingresso nell’Unione, con un ruolo fondamentale giocato dalla chiesa cattolica e dalle sue gerarchie). Da non dimenticare peraltro il rapporto speciale fra Miller e l’allora Primo ministro inglese Tony Blair.

Quale valutazione si può fare dopo vent’anni?

Si può certamente parlare di un successo. Lo raccontano i dati e lo si può toccare con mano nel quotidiano: se la Polonia venti anni fa aveva un reddito pro-capite che rappresentava il 40% del reddito medio europeo, oggi il reddito pro-capite dei polacchi si aggira intorno all’85%-90%. Sono cifre che testimoniano quello che in polacco viene definito skok cywilizacyjny, ovvero “salto di civiltà”. I miliardi pompati dall’Ue sono stati investiti egregiamente, anche alla luce di riforme economiche che sono state messe in campo subito dopo la caduta del regime comunista, e hanno permesso a questo Paese di sfruttare nel migliore dei modi le risorse ricevute e di ottenere un ritorno  tre volte maggiore degli investimenti iniziali.

Tutto ciò lo si apprezza in diversi campi: in termini infrastrutturali, economici, di qualità della vita, di modernità delle città polacche e anche dall’esaurimento dello stereotipo del cosiddetto…

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