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Israele, Iran e mondo arabo, storia di un rapporto ambivalente

La polarizzazione della diaspora iraniana e la visibilità ottenuta negli ultimi anni hanno diffuso una visione spesso distorta, tra gli europei, sui vari punti di vista dei dissidenti del regime iraniano. Le immagini dei monarchici iraniani alle proteste pro-Israele, specialmente dopo il movimento "Donna, vita, libertà", hanno contribuito a un racconto fuorviante delle relazioni tra Iran, Palestina e Israele e delle opinioni degli iraniani, in particolare degli oppositori al regime. L'idea che esistano solo due fronti nettamente contrapposti, uno anti-regime (pro-Pahlavi, anti-palestinese, sionista) e uno pro-regime (pro-Khamenei, anti-israeliano e islamista), non solo è errata, ma ignora le molteplici voci che emergono dall'Iran.

Nel 1948, David Ben Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. In quel periodo l’Iran era sotto il regno dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, secondo e ultimo monarca della dinastia Pahlavi. Prevedendo un conflitto prolungato a seguito del piano di divisione della Palestina, lo Shah votò contro la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1947. Dopo la dichiarazione d’indipendenza di Israele, il monarca iraniano scelse di non riconoscere il nuovo Stato (nel 1951 ci fu un riconoscimento de facto, ma non de jure).

La posizione dello Shah era condizionata da un delicato equilibrio di potere tra le potenze regionali. L’Iran, Paese non arabo e prevalentemente sciita, sapeva che un riconoscimento diplomatico di Israele avrebbe significativamente aumentato le tensioni con i vicini arabi. Tuttavia, la nascita dello Stato ebraico rappresentava una utile distrazione per il monarca, poiché deviava l’attenzione del mondo arabo verso Israele anziché verso l’Iran. L’orientamento filo-occidentale di Israele rappresentava un punto di riferimento fondamentale per lo Shah, poiché la sua principale minaccia era la confinante Unione Sovietica e le sue mire espansionistiche nella regione.

Il lento spostamento del sentimento panarabista verso l’orbita sovietica, soprattutto in Egitto, mise in allerta sia l’Iran sia Israele: entrambi temevano che la regione potesse trasformarsi in un campo arabo sotto vasta influenza sovietica. Così nacque una cooperazione tra i due Paesi per arginare Gamal Abd el-Nasser e scongiurare una deriva comunista nella regione. Tuttavia, lo Shah manteneva segreti i suoi contatti con Israele, temendo una reazione ostile da parte del mondo arabo. Lo scenario mutò con l’ascesa al potere di Anwar al-Sadat, che avvicinò l’Egitto alla sfera occidentale, eliminando così il “collante” tra Iran e Israele.

Il politologo iraniano-svedese Trita Parsi, con il suo libro Treacherous alliances: The secret dealings of Israel, Iran, and the United States (Yale University Press, 2007, mai tradotto in italiano) rappresenta una fonte preziosa per risalire ad alcuni nodi storici di questo rapporto. Negli anni Settanta, lo Shah dell’Iran mantenne rapporti discreti con Israele, pur criticando apertamente l’occupazione dei territori palestinesi nel tentativo di guadagnarsi il favore del mondo arabo. Alcune decisioni del monarca iraniano, come la proposta congiunta con l’Egitto di creare una zona denuclearizzata in Medio Oriente – un chiaro riferimento, seppur implicito, a Israele – suscitarono irritazione a Tel Aviv. Ciononostante, Iran e Israele collaborarono, con il supporto degli Stati Uniti, per destabilizzare la crescente potenza e minaccia irachena, appoggiando il movimento indipendentista curdo-iracheno. Sorprendendo tutti, non appena Saddam Hussein si mostrò disposto a un accordo di pace con l’Iran, lo Shah, senza consultare né Washington né Tel Aviv, interruppe bruscamente la cooperazione con Israele e si affrettò a negoziare con il leader iracheno. Israele e Stati Uniti, pur consapevoli del possibile voltafaccia dello Shah, furono scossi dalle modalità del gesto, tanto che l’agente del Mossad Eliezer Tsafrir, che supervisionava i rapporti con l’Iran per Israele, paragonò l’episodio all’abbandono della Cecoslovacchia a Hitler da parte di Chamberlain. Nonostante queste tensioni, il rapporto fra lo Shah, Israele e l’Occidente rimase generalmente intatto e positivo.

L’Iran khomeinista e Israele: nemici o amici?
Dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’ayatollah Khomeini attribuì una dimensione ideologica alla sua ostilità verso Israele, considerandolo un “nemico dell’Islam” per aver usurpato un territorio musulmano. Allo stesso tempo, le tensioni tra l’OLP e il regime iraniano aumentarono a causa dei tentativi di Khomeini di convincere Arafat a “islamizzare” la resistenza palestinese per ottenere il supporto iraniano. L’identità palestinese, tuttavia, era nazionale (araba) e non religiosa, facendo mancare così il “collante” islamico che Khomeini mirava a stabilire e mediante cui sperava di poter “esportare” la rivoluzione. Negli anni Ottanta, il supporto iraniano all’OLP rimase quindi limitato alla retorica.

Approfittando della debolezza dell’Iran, Saddam Hussein invase il Paese nel 1980, dando inizio a una guerra che durò otto anni. La maggior parte dei leader arabi, c…

Marie Curie, donna e scienziata tra impegno e libertà

Novant’anni fa moriva Marie Curie, la più importante scienziata del Novecento. Nata in Polonia come Maria Salomea Skłodowska, assunse il nome di Marie Curie in seguito al suo trasferimento in Francia e al matrimonio con Pierre Curie, con cui condivise una straordinaria avventura umana e scientifica. Prima donna ad aver insegnato alla Sorbona e due volte premio Nobel, ha vissuto la sua vita con la convinzione dell’importanza della cultura quale fattore di miglioramento dell’individuo e della società.

Il Civil Rights Act compie sessant’anni: breve storia di un secolo di lotte

Il 2 luglio 1964 il presidente Lyndon B. Johnson firmava la legge che rendeva illegale la segregazione negli Stati Uniti. Ricordare questo evento non può che tradursi nel ripercorrere la storia del movimento per i diritti civili: dai tanti personaggi di spicco – come Martin Luther King, Rosa Parks, Angela Davis – alle persone i cui nomi sono rimasti nell’ombra ma il cui contributo è stato cruciale.

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Il santino propagandato da media mainstream e conosciuto dalle nuove generazioni è un Enrico Berlinguer dimezzato: ricordato per la sua capacità di creare empatia e connessione sentimentale con un “popolo della sinistra” oramai sempre più rarefatto, ma sostanzialmente depoliticizzato perché espunto da quella tradizione comunista alla quale Berlinguer si rifece, in modo innovativo e creativo, per tutta la sua esistenza, convinto che andasse cercata una via nuova al socialismo e al superamento dell’oppressione capitalistica sull’umanità e sul Pianeta.