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Europa, lunga agonia o rinascita?

Nel suo libro “Il sogno dell’Europa nel XXI secolo”, uscito quest’anno in Italia per Fazi editore, l’olandese Geert Mak ripercorre la storia degli ultimi vent’anni dell’Unione Europea. Storia che secondo l’autore dovrebbe partire da una supposta golden age del Vecchio continente databile all’alba del ventunesimo secolo che però non è mai stata davvero tale. L’Unione Europea è infatti sempre stato un progetto coltivato nei salotti di Bruxelles e Strasburgo da governanti incapaci, completamente distanti e distaccati dai desideri dei cittadini.

Il mio obiettivo è che. entro la fine

del millennio, l’Europa diventi a tutti

gli effetti una federazione.

Jacques Delors

Federazione è l’arrosto, confederazione

è solo il fumo dell’arrosto.

Ernesto Rossi

È mai esistita una golden age europea?

Annunciato tanto da Der Spiegel come da The Independent come il “migliore” testo di storia della nostra quotidianità, l’opera dell’olandese Geert Mak risulta piuttosto un poderoso reportage giornalistico sugli ultimi vent’anni dell’Unione Europea, realizzato attraverso una fitta serie di incontri con personaggi-testimoni. Un coro a più voci, tanto di protagonisti degli eventi narrati come di persone comuni che ne sono partecipi. Cioè da quando «la fabbrica della Storia è tornata a funzionare a pieno regime e in cui il nostro ordinato mondo europeo, fatto di pace e onesto benessere, sembra di nuovo capovolgersi» (G.M. pag. 18). Dunque – restando in linea con l’autore – la fine di una sorta di golden age del Vecchio Continente in via di unificazione epifanica e giunta al suo acme nella fatidica data di partenza della narrazione – 1999 – che contrasterebbe con il dato palese che dal dopoguerra in poi l’Europa è stata oggetto e non soggetto dei fatti significativi che ne hanno condizionato l’itinerario: la Guerra Fredda, il crollo dell’Unione Sovietica, il lungo tramonto del Secolo americano. Un campo geopolitico – come si diceva un tempo – “agito e non agente”, nel suo fruire non di un ruolo attivo quanto di una consistente rendita di posizione materiale e intellettuale; rendita accumulata nei secoli di egemonia sul sistema-Mondo e solo parzialmente dilapidata durante il trentennio novecentesco di guerra civile continentale, declinata in due conflitti mondiali. Eppure il nostro storico-reporter non ha dubbi: «L’inizio del XXI secolo fu un unico, grande, trionfo. La guerra fredda era finita, le Borse volteggiavano. […] La crescita economica proseguiva senza sosta, il tasso di disoccupazione era ai minimi e, per la prima volta da un quarto di secolo, le casse dello Stato erano piene». (G.M. pag.29). Tutto ciò nonostante che nei Balcani riprendessero le mattanze e già da tempo fosse stato denunciato il “compromesso keynesiano-fordista” che, officiando il matrimonio tra capitalismo e democrazia, aveva costituito il fondamento primario della vera Golden Age (copy Eric Hobsbawm) nei “trenta gloriosi” del dopoguerra.

Rotture non da poco, preannunciate dell’accorato caveat di grandi observateurs engagés dal forte afflato europeista: questa volta non un’epoca dorata, se non aurea,bensì un lungo declino. A cui Mak affianca una sterminata galleria di eroi per caso, che vanno da Pietro Bartolo, medico sull’isoletta di Lampedusa chiamato ad affrontare con le sue povere forze la catastrofe umanitaria degli oltre 400mila tra rifugiati e migranti approdati negli ultimi venti anni, all’ungherese Gábor Demszky, stampatore clandestino negli anni Ottanta di samizdat contro il regime comunista e dieci anni dopo eletto sindaco di Budapest, dalla tragica figura del giovane giordano Shadi Omar Kataf, morto affogato nel folle tentativo di attraversare la Manica con indosso una tuta comprata alla Decathlon alla drammatica biografia di Aydin Soei, cresciuto nel campo profughi di Copenaghen in una famiglia di militanti comunisti iraniani perseguitata dagli ayatollah e rifluita nel fondamentalismo …

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