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Premierato, perché smantellerebbe l’intero impianto costituzionale

La riforma del premierato, che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è stata approvata in Senato. Si tratta di una riforma costituzionale con diversi punti oscuri ma che presenta delle certezze: la sua approvazione anche da parte della Camera significherebbe lo smantellamento dell’impianto costituzionale poiché eroderebbe le prerogative del presidente della Repubblica, ridimensionerebbe il ruolo del parlamento e rinnegherebbe il principio di uguaglianza del voto.

Pochi giorni dopo l’aggressione di Donno (M5S) avvenuta alla Camera dei deputati, a Palazzo Madama si è approvata l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Il testo coagula desideri e ambizioni dell’attuale maggioranza di governo. Ma anche di altri. All’esame ci sono due disegni di legge costituzionale, che ora passano alla Camera.

Nella seduta di aprile, infatti, in Commissione è stato proposto l’assorbimento nel d.d.l. n. 935 presentato da Giorgia Meloni e dal Ministro per le riforme istituzionali (rubricato come Modifiche agli articoli 59, 88, 92 e 94 della Costituzione per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica) e del disegno di legge n. 830 (Disposizioni per l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri in Costituzione), d’iniziativa dei senatori Renzi e altri, che addirittura anticipava il testo del governo.

I due d.d.l., riuniti nella versione emendata dalla prima Commissione permanente in sede referente, rappresentano quello che i giuristi da più parti non esitano a definire un esperimento rischioso e inadeguato: in otto disposizioni, si interviene sugli articoli 57, 59, 83, 88, 89, 92 e 94 della Costituzione.

La questione desta serie preoccupazioni, da molteplici punti di vista.

Gustavo Zagrebelsky non usa mezzi termini e richiama le postdemocrazie, le democrazie illiberali, quelle autoritarie, le democrature e le dittature elettive. Suggerisce che ci troviamo dinanzi a forme di governo che di democratico hanno solo la facciata elettorale: “È  necessario chiarire che non di riforma si tratta, ma di rifacimento dalle fondamenta del sistema di governo (…) È bensì vero che si toccano poche norme (il che, in assenza – come s’è detto – dei necessari pesi e contrappesi, non è affatto segno di moderazione, ma di smodatezza), ma con un piccolo gesto normativo si rovescia addirittura l’impianto costituzionale e la base della democrazia ch’essa delinea”.

L’ex Presidente della Corte Costituzionale non è il solo a schierarsi contro. C’è tutta una platea di giuristi che è pressoché unanime nel condividere preoccupazioni e critiche serratissime.

A tornare alla genesi di questa riforma è Marta Cartabia, che individua nel d.d.l. Renzi il punto di svolta e di abbandono della forma di governo parlamentare. Una lettura attenta dimostra come quel primo testo apparisse addirittura più radicale del disegno di legge governativo che lo ha, poi, assorbito e in parte modificato. Esso travolgeva il rapporto di fiducia tra parlamento e governo e superava il potere del Capo dello Stato di scioglimento anticipato delle Camere. “Il Presidente del Consiglio deriva la sua legittimazione direttamente dall’investitura popolare, controlla la composizione del Governo, attraverso il potere di nomina e revoca dei ministri, determina con le sue dimissioni anche la fine della legislatura, secon…

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