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Gli inganni 
di Foucault

Nel quarantennale della morte di Michel Foucault, lo ricordiamo con l’estratto di un saggio/lettera pubblicato nel numero 8/2020 di MicroMega, che dedicammo al concetto di biopolitica, a chiusura del primo anno di pandemia da Covid-19. La pandemia aveva infatti riportato alla ribalta tale pilastro del pensiero filosofico di Michel Foucault, di enorme successo negli ultimi decenni, specie in alcuni ambienti del pensiero filosofico-politico di sinistra. In una lettera a Roberto Esposito, a tutti gli effetti il principale esponente della biopolitica in Italia, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais si lanciava in una rigorosa e appassionata invettiva contro quello che in definitiva, per lui, non è che contraddizione e vuoto filosofico. Foucault, secondo d’Arcais, aveva promesso ipotesi verificabili e confutabili, le ha invece sostituite con ipostasi che del significato di quei fatti diventano matrice e demiurgo. La sua bestia nera finisce per essere l’impegno riformatore, anche il più radicale.

Caro Roberto,
da decenni la biopolitica è un must della filosofia mainstream. I lemmi inglesi calzano a pennello visto che sono soprattutto gli scaffali dei campus americani più cool e in ad aver decretato il trend. Foucault di questo brand è il nume tutelare.

Da qualche mese, la diffusione pandemica del virus Sars-CoV-2 ha messo ulteriori ali al verbo della biopolitica, e il più vasto pubblico di qualche grande quotidiano internazionale è stato edotto sulla lungimiranza quasi profetica del maître-à-penser parigino post-sessantotto.

A me sembra invece che proprio questi mesi di coronavirus suonino la definitiva campana a morte per le tesi di Foucault sulla biopolitica, e ne confermino il carattere inservibile, aprioristico, vuoto, concettualmente e politicamente fuorviante. Opinione che immagino sia fra noi motivo di contendere.

Alla «Nascita della biopolitica» Foucault aveva annunciato di dedicare il suo corso al Collège de France, anno accademico 1978-79. Finirà per riservarlo interamente «a ciò che doveva essere solo l’introduzione», cioè «il “liberalismo”» 1. Tuttavia già da più o meno cinque anni andava disseminando le sue conferenze, lezioni, interviste, con riferimenti e analisi sempre più ampie sui «meccanismi di potere completamente nuovi» 2 che nel Sei-Settecento (o addirittura già nel Cinquecento) segnano il progressivo passaggio da un mondo caratterizzato dalla «relazione sovrano-suddito» 3 alla «presa in carica della vita da parte del potere» 4. Passaggio che per Foucault costituisce una cesura cruciale, un transito d’epoca.

Le annotazioni, i brani, le pagine (che spesso sono pagine e pagine), non possono certo risarcire del mancato lavoro organico, ma sono comunque largamente probanti di un pensiero consolidato, contraddizioni comprese. Prima di affrontarlo, teniamo fermi alcuni apprezzabili caveat metodologici segnalati da Foucault medesimo. Ai miei orecchi fanno risuonare trombe di avvincente empirismo radicale, flauti di ostracismo verso ogni categoria metastorica, violini di entusiasmante rasoio antimetafisico. Deliziamoci.

«Anziché partire dagli universali per dedurne alcuni fenomeni concreti, o […] come griglia di intellegibilità, obbligatoria per un certo numero di pratiche concrete, vorrei partire dalle pratiche concrete» 5 e dunque «evitare [di] partire dagli universali, così come sono dati, per vedere poi in che modo la storia li modula, li modifica, o stabilisce infine che non hanno alcuna validità». A queste suggestioni hegeliane (il riferimento sembra esplicito, visto che parla di «storicismo») contrappone «una decisione, al tempo stesso teorica e metodologica» vera e propria ghigliottina contro ogni astrazione generica: «supponiamo che gli universali non esistano» 6.

Si parte dal concreto, dalla molteplicità variegata della sontuosità empirica, e lo si tiene fermo come criterio per ipotizzare, corroborare o riconoscere false le categorie esplicative elaborate per orientarsi nella lussureggiante diversità storica. Non basta il primato dell’empirico, però. Si tratta anche di esporlo con «un vocabolario il più possibile esente da ambiguità; una certa precisione nelle definizioni, una certa esattezza del ragionamento» 7, perché la tentazione delle «cascate verbali iridescenti, non confutabili» 8 è sempre in agguato. Insomma: «La genealogia non si oppone alla storia come la vista altera e profonda del filosofo allo sguardo da talpa del dotto; s’oppone al contrario al dispiegamento metastorico dei significati ideali e delle indefinite teleologie. S’oppone alla ricerca dell’“origine”» 9.

Criteri doverosamente perentori, dirimenti tra rigore analitico e melassa retorica. Prendiamolo in parola. Tenendo a mente il demone etico-politico che esplicitamente lo guida: «Si tratta in fondo di presentare una critica del nostro tempo fondata su analisi retrospettive» 10.

Sovranità e biopolitica: incompatibili

La copertina del numero di MM 8/2020 da cui è tratto questo saggio (con link per l’acquisto).

Sostiene Foucault:«Nel XVII-XVIII secolo si è prodotto un fenomeno importante: l’apparizione – si dovrebbe dire l’invenzione – di una nuova meccanica di potere che ha delle procedure sue proprie, degli strumenti del tutto nuovi, degli apparati molto diversi; una meccanica di potere che credo sia assolutamente incompatibile con i rapporti di sovranità».

Lo spartiacque è netto, invalicabile, divide il tempo della politica in un prima e un dopo: l’epoca della sovranità e l’epoca della biopolitica, incompatibili. La nuova «verte innanzitutto sui corpi e su quel che essi fanno, piuttosto che sulla terra e i suoi prodotti. Si tratta di un meccanismo di potere che permette di estrarre dai corpi tempo e lavoro più che beni e ricchezza» 11.

In questa formulazione, che ricorre più volte, della spacciata novità non vi è traccia. I beni e la ricchezza chi li produce, se non dei corpi e il loro lavoro? Nella corvée (o con gli schiavi) si estrae tempo e lavoro dai corpi, e in tal modo ricchezza. Né vuole intendere che in precedenza la si potesse estrarre direttamente dai corpi, per via della proprietà su di essi (schiavitù) o su una quota leonina del loro tempo di lavoro (corvée), mentre ora indirettamente, giuridicamente, dalla fatica del libero lavoratore. Si premura infatti d’affermare l’opposto, che «siamo entrati, ormai da alcuni secoli, in un tipo di società in cui il discorso giuridico può sempre meno codificare il potere o servirgli da sistema di rappresentazione» 12.

Dov’è allora la novità, addirittura l’invenzione, che segna il chiudersi dell’epoca della sovranità e lo schiudersi di quella della biopolitica? A sostegno, solo il dogma di una teoria della sovranità assolutamente peculiare (addirittura peculiar): «Quel grande potere assoluto, drammatico, fosco» 13 si formula come «diritto di vita e di morte» ma «nei fatti si esercita sempre dalla parte della morte» 14.

La sovranità sarebbe insomma solo il diritto di dare la morte. Se invece si occupa di organizzare la vita non è più sovranità, serve una nuova categoria. Foucault elucubra che il potere assoluto (quale? Fin dai primordi dello Stato) a un certo punto cessi di poter dare solo la morte e si dia «la funzione di gestire la vita» 15, con il che si passerebbe dall’epoca della sovranità all’epoca della biopolitica.

Prima sovranità, potere che sopprime, «essenzialmente centrato sul prelevamento e sulla morte, assolutamente eterogeneo ai nuovi procedimenti di potere» 16, poi biopolitica, potere che accresce, «che si esercita positivamente sulla vita, che incomincia a gestirla, a potenziarla, a moltiplicarla» 17.

Prima un regime indifferente a corpo e vita del suddito, intesi solo come giacimento taillable et corvéable à merci, «estorsione di prodotti, di beni, di servizi, di lavoro e di sangue» 18. Poi sovrani come pastori, attenti al benessere del gregge, per far «crescere contemporaneamente le forze assoggettate e la forza e l’efficacia di ciò che le assoggetta» 19, un potere che nutre la propria forza incrementando salute e felicità dei sudditi. I conti non quadrano, però.

Biopolitica? Oliver Twist!

Come far coincidere le meraviglie del nuovo mondo biopolitico, dove il potere cura per ciascuno «l’indispensable, l’utile et le superflu» 20, con Oliver Twist (a puntate: 1837-39)? Orfano, lavora in fabbrica a nove anni per un tozzo di pane, buchi malsani e sudici, crudeltà padronale che lo scarica in strada quando chiede una razione aggiuntiva, centinaia di migliaia come lui, nel degrado degli slums e senza l’agnizione di happy end, ma tisi, botte e morte precoce.

Bambini e bambine, nelle filande meccaniche di Manchester già nell’ultimo quarto del Settecento, e poi vetrerie, tabacchifici, fabbriche di aghi e di spilli (quelle delle pagine classiche di Adam Smith sulla divisione del lavoro), e naturalmente miniere, 12 ore domeniche comprese, non escluse le notti. Per le bambine una risorsa in più, la prostituzione: al rosario di malattie distruttive, polmonari in primis, si aggiungeva la lue. Negli st…

Marie Curie, donna e scienziata tra impegno e libertà

Novant’anni fa moriva Marie Curie, la più importante scienziata del Novecento. Nata in Polonia come Maria Salomea Skłodowska, assunse il nome di Marie Curie in seguito al suo trasferimento in Francia e al matrimonio con Pierre Curie, con cui condivise una straordinaria avventura umana e scientifica. Prima donna ad aver insegnato alla Sorbona e due volte premio Nobel, ha vissuto la sua vita con la convinzione dell’importanza della cultura quale fattore di miglioramento dell’individuo e della società.

Il Civil Rights Act compie sessant’anni: breve storia di un secolo di lotte

Il 2 luglio 1964 il presidente Lyndon B. Johnson firmava la legge che rendeva illegale la segregazione negli Stati Uniti. Ricordare questo evento non può che tradursi nel ripercorrere la storia del movimento per i diritti civili: dai tanti personaggi di spicco – come Martin Luther King, Rosa Parks, Angela Davis – alle persone i cui nomi sono rimasti nell’ombra ma il cui contributo è stato cruciale.

Enrico Berlinguer, conoscerne il pensiero oltre il mito depoliticizzato

Il santino propagandato da media mainstream e conosciuto dalle nuove generazioni è un Enrico Berlinguer dimezzato: ricordato per la sua capacità di creare empatia e connessione sentimentale con un “popolo della sinistra” oramai sempre più rarefatto, ma sostanzialmente depoliticizzato perché espunto da quella tradizione comunista alla quale Berlinguer si rifece, in modo innovativo e creativo, per tutta la sua esistenza, convinto che andasse cercata una via nuova al socialismo e al superamento dell’oppressione capitalistica sull’umanità e sul Pianeta.