Quella sinistra anti-woke sedotta da Orbán

In Occidente, e soprattutto nel mondo angloamericano, una parte della sinistra soffre le derive illiberali della cultura woke. Alcuni dei suoi esponenti si sono lasciati quindi sedurre dai discorsi di Orbán, vedendo nel governo ungherese un paladino della libertà di espressione. Ma costoro farebbero bene a guardare oltre i propri contesti, compiendo uno sforzo per comprendere la storia e la politica dell’Europa centro-orientale. Potrebbero così evitare di cadere nella trappola tesa dagli autocrati contemporanei che promettono una cura contro il “virus woke”.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.

Delegittimare il dissenso a sinistra non favorisce la giustizia sociale

Giustizia sociale

Nell’attivismo per la giustizia sociale in Occidente si è fatta strada una strategia censoria, più o meno intenzionale, che consiste nel collegare ogni forma di dissenso alla “vicinanza con l’estrema destra”. Ne sono vittime innanzitutto le femministe quando provano a criticare certi tratti misogini dell’attivismo LGBT, o l’approccio normalizzatore verso l’industria del sesso e altri temi. Questo modo di fare segue due logiche delegittimanti: ogni contro-argomento proverrebbe da un luogo moralmente sbagliato, e ogni presunta critica sociale sarebbe in realtà una teoria della cospirazione. Un modo efficace, scrive la studiosa Ester Kováts, per tappare la bocca a chi la pensa diversamente e negare ogni possibilità di dibattito.