Macron, Draghi, Letta e il fallimento dell’Ue

Ormai perfino i più ardenti europeisti, come il Presidente francese Emmanuel Macron, Enrico Letta e Mario Draghi, sono costretti a riconoscere e a denunciare la decadenza dell’Europa, ovvero il fallimento – economico e geopolitico – di questa Unione Europea basata sull’euro e sull’austerità: peccato che così siano costretti a riconoscere implicitamente il loro stesso fallimento, e che le loro proposte non si pongano minimamente il problema né del grave deficit di democrazia interno all’Unione né dell’impoverimento delle classi lavoratrici e produttive. Anzi: propongono di riformare la UE grazie al potenziamento dei mercati finanziari deregolamentati.

Pnrr: tutto il potere al capitalismo digitale 

Lungi dal servire per garantire migliori servizi ai cittadini e rimettere in buone condizioni le strutture ospedaliere e/o scolastiche, il denaro stanziato per il Piano nazionale di ripresa e resilienza serve in realtà un principale, forse unico, scopo: far esplodere senza freni il capitalismo digitale, fornendo ai privati accesso illimitato anche a molte infrastrutture statali che hanno a che fare con alcuni dei diritti più delicati dei cittadini, sempre più sorvegliati e sempre meno liberi. La politica si rimodella, andando verso una tendenza sempre più sfacciatamente autoritaria.

Dai campi ai supermercati: come e perché si riproduce il sistema di caporalato (anche nel Nord Italia)

Se nell’immaginario collettivo caporalato vuol dire ghetto – una baraccopoli dove vivono migliaia di persone in condizioni drammatiche – affinché vi siano forme di sfruttamento e caporalato non è necessario che vi siano ghetti o masserie abbandonate. Ed è proprio questo quello che accade in molte province del Centro e del Nord Italia, dove ormai il caporalato ha saputo allargarsi a macchia d’olio. Per capire fino in fondo le ragioni di questo fenomeno dobbiamo però abbandonare la campagna e addentrarci in un qualsiasi supermercato: è lì che troveremo gli indizi che ci faranno scoprire le ragioni dello sfruttamento. Perché se è vero che le origini, le forme e le dimensioni del caporalato hanno radici profonde, è anche vero che il mondo agricolo deve fare i conti con un prodotto che viene retribuito meno del dovuto.

L’imprenditoria dissidente: Confindustria Napoli contro l’autonomia differenziata

Ci sono segmenti di potere imprenditoriale, come è il caso di Confindustria e in particolare di alcuni rami di Confindustria al sud Italia, che stanno esprimendo senza remore la loro contrarietà al disegno di legge sull’autonomia differenziata. In questo documento di Confindustria Napoli, audita alla Commissione Affari Costituzionali della Camera il 26 marzo 2024, si mette in luce in particolare come sia interesse del Paese ridurre, piuttosto che incrementare, i divari socio-territoriali, e determinare le condizioni per la creazione di maggiore ricchezza nelle aree distanti dalla media nazionale riguardo a indicatori come reddito e PIL pro capite. L’Autonomia differenziata procede, in questo senso, nella direzione sbagliata.

L’Europa profonda

Ancor più che sostentamento nutritivo, i contadini forniscono al capitalismo globale un supporto ideologico. Nella sua astratta dimensione finanziaria, il capitalismo globale ha bisogno di elementi che ne ancorino al suolo il consenso, almeno quel tanto che è indispensabile a governare le forme Stato nazionali. Non hanno bisogno tanto dei voti di quel 2% della popolazione, né dell’apporto economico di quel 2% del pil, quanto della “comunità immaginata” che si crea intorno alla patata, all’acino d’uva o all’asparago bianco.

Messinscene della migrazione

Pochi temi dividono come quello della migrazione. Destra e sinistra ne fanno un cavallo di battaglia in ogni campagna elettorale ma i rispettivi proclami risultano delle messinscene che nulla hanno a che vedere con la reale gestione del fenomeno, sulle cui cause e sulle cui origini circolano inoltre diversi miti da sfatare.

I costi della transizione energetica e quelli più grandi del cambiamento climatico

Nelle ultime settimane in tutta Europa gli agricoltori hanno protestato, tra le altre cose, contro misure volte a disincentivare l’utilizzo di carburanti inquinanti. La destra ha cavalcato la protesta, presentandole come decisioni calate dall’alto a dispetto degli interessi della povera gente. Ma gli agricoltori, come noi tutti, dovrebbero essere consapevoli che i costi che dobbiamo affrontare oggi per la transizione energetica sono di gran lunga inferiori a quelli che potremmo affrontare in futuro a causa dei danni del cambiamento climatico. A farsi alfiere di questa consapevolezza dovrebbe essere la sinistra, che però non riesce a farla penetrare nel dibattito pubblico.

Protesta dei trattori: le lobby agricole contro la transizione ecologica

L’attacco al green deal agricolo è iniziato già qualche anno fa, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Quella fu la scusa utilizzata dalle lobby agricole e dalla destra europea per sostenere la causa del produttivismo a ogni costo ai danni del clima. Oggi quell’attacco continua e strumentalizza alcune reali esigenze del settore. Settore che però non è tutto uguale, perché gli interessi di grandi, piccole e piccolissime imprese sono diversi e in alcuni casi divergenti fra loro.

Privatizzazioni delle aziende partecipate: dov’è il pubblico interesse?

Oggi si parla sempre più diffusamente di privatizzare aziende statali in ossequio al dogma liberista secondo cui una minore presenza nello Stato nell’economia incentiverebbe la competitività. In realtà le economie miste dei Paesi occidentali prevedono molte aziende a partecipazione statale, per dirigere le quali è necessario un Piano economico nazionale che ne orienti l’operato verso il bene della collettività. Proprio quello che attualmente non accade in Italia.

Il socialismo di mercato è una possibile via d’uscita dal capitalismo?

Per un lungo periodo dopo la fine della guerra fredda l’economia comparativa si è occupata di studiare le “varietà dei sistemi capitalisti” e la transizione all’economia di mercato delle ex economie socialiste. In anni più recenti, però, diversi economisti hanno elaborato modelli di economie post-capitaliste. Cosa hanno in comune questi modelli? Quali applicazioni possono trovare nell’immediato?