Lavoratrici domestiche migranti in Libano: schiavitù dei giorni nostri

Si stima che circa 250mila lavoratrici domestiche migranti risiedano in Libano: la maggior parte proviene da Paesi africani e del Sud e Sud-Est asiatico, tra cui Bangladesh, Sri Lanka, Etiopia, Ghana, Indonesia, Filippine, Madagascar e Nigeria. Sono escluse dalle tutele del diritto del lavoro libanese e il loro status nel Paese è regolato dal sistema “kafala”, un regime che configura di fatto una moderna forma di schiavitù.

Carcere italiano e religione cattolica: un rapporto ancora indissolubile

Se è vero che un tempo nelle carceri italiane la stragrande maggioranza dei detenuti era di religione cattolica, attualmente le proporzioni non sono più così schiaccianti. Ciononostante, ancora oggi la religione cattolica trova nelle nostre prigioni una corsia preferenziale rispetto agli altri culti. Con buona pace della laicità dello Stato.

La scuola e il falò delle identità

Ernesto Galli della Loggia continua a occuparsi di un tema riguardo al quale non ha alcuna competenza: la scuola. Nel libro “Insegnare l’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo”, scritto con la pedagogista accademica Loredana Perla (che le competenze invece dovrebbe averle), propone una scuola del tutto piegata al concetto di identità, a partire dal quale gli studenti andrebbero formati e socializzati. Un’identità però selezionata e filtrata, che non tiene conto in nessun modo della complessità di questo concetto.

Quella sinistra anti-woke sedotta da Orbán

In Occidente, e soprattutto nel mondo angloamericano, una parte della sinistra soffre le derive illiberali della cultura woke. Alcuni dei suoi esponenti si sono lasciati quindi sedurre dai discorsi di Orbán, vedendo nel governo ungherese un paladino della libertà di espressione. Ma costoro farebbero bene a guardare oltre i propri contesti, compiendo uno sforzo per comprendere la storia e la politica dell’Europa centro-orientale. Potrebbero così evitare di cadere nella trappola tesa dagli autocrati contemporanei che promettono una cura contro il “virus woke”.

Pnrr: tutto il potere al capitalismo digitale 

Lungi dal servire per garantire migliori servizi ai cittadini e rimettere in buone condizioni le strutture ospedaliere e/o scolastiche, il denaro stanziato per il Piano nazionale di ripresa e resilienza serve in realtà un principale, forse unico, scopo: far esplodere senza freni il capitalismo digitale, fornendo ai privati accesso illimitato anche a molte infrastrutture statali che hanno a che fare con alcuni dei diritti più delicati dei cittadini, sempre più sorvegliati e sempre meno liberi. La politica si rimodella, andando verso una tendenza sempre più sfacciatamente autoritaria.

Giornalismo ambientale sotto tiro nel mondo

I recenti report dell’Unesco e di Reporters Sans Frontieres sulla libertà di stampa sono allarmanti: a essere sotto attacco non è solo la libertà di stampa in sé, ma anche gli stessi giornalisti e la loro incolumità fisica, soprattutto quando indagano su affari molto redditizi per il mondo della politica e dell’economia. Diversi i casi di giornalisti ambientali uccisi in Asia e in America Latina, ma la situazione non è buona nemmeno in Europa e nel nostro Paese, dove più di un giornalista viene minacciato ogni giorno.

Liberazione del lavoro o dal lavoro?

Il lavoro, nella società capitalista, serve solo secondariamente, anzi accidentalmente, a soddisfare veri bisogni umani. La sua ragion d’essere è la realizzazione del solo e unico scopo della produzione capitalista: trasformare cento euro in centodieci euro e così via. Bisognerebbe quindi abolire molte delle attività che si svolgono oggi, e reinventare le altre. Il che si tradurrebbe anche in molto più tempo a disposizione. Rifiutare il lavoro non significa però non fare niente, bensì valutare – individualmente e collettivamente – quali sforzi si vogliono intraprendere, in vista di quali risultati.

Lavoro digitale e sindacalismo: unire le forze quando si lavora da soli

La disgregazione dei rapporti sociali un tempo intessuti sul luogo di lavoro dovuta alla digitalizzazione e all’avvento di Internet ha avuto una ricaduta anche in termini di diritti e tutele. Lavorando da casa o comunque da remoto, spesso da soli, non è certo facile sentirsi parte di una categoria che condivide interessi e rivendicazioni. Ma, per quanto ci si possa sentire atomi isolati e dispersi, spesso abbandonati da uno Stato che non riesce a stare al passo con le rapide trasformazioni del mondo del lavoro attuale, si ha comunque modo di associarsi e farsi valere. A spiegare come sono Giulia Guida e Lia Bruna della CGIL e Mattia Cavani e Giovanni Campanella di Acta, l’associazione dei freelance.

Il lavoro invisibile delle donne

Se le condizioni del lavoro sono complessivamente peggiorate per tutti negli ultimi decenni in Italia, il lavoro delle donne è stato nettamente il più penalizzato. Costrette dalla maternità (effettiva o potenziale) a scelte sacrificate e di povertà, molte percepiscono un reddito inferiore rispetto a quello maschile, sono precarie, e spesso invisibili.

Fondata sul lavoro

Il presidio di democrazia fondamentale rappresentato dal lavoro, l’abbrivio della nostra Costituzione, dipende innanzitutto dalla sua dimensione conflittuale e di classe: contrastare, mettendosi
al centro dei processi produttivi, la tendenza padronale a passare
dall’egemonia al dominio; la sua intrinseca avidità, che tende
alla mercificazione sistematica e all’accumulazione per esproprio, e che persegue il fine, per la via finanziaria e per quella tecnologica,
di poter fare a meno dei lavoratori. E se vengono a mancare
i lavoratori, viene a mancare la democrazia. Questo articolo è tratto dal volume 1/2024 di MicroMega, “La Costituzione e i suoi nemici”.