Il delta del Po. In pianura e presso il mare, eppure scartato

Un recente volume curato da Fausto Carmelo Nigrelli – “Paesaggi scartati. Risorse e modelli per i territori fragili”, Manifestolibri – punta i riflettori sulle aree più abbandonate e ai margini del nostro Paese per proporre modelli di sviluppo alternativi a quelli metropolitani. Ne proponiamo un capitolo dedicato al caso del delta del Po, un paesaggio “scartato” anomalo.

Agli occhi di un geografo, il titolo del presente volume (“Paesaggi scartati”) rimanda a una doppia, potente metafora: da un lato, esso richiama quei territori italiani scartati nel senso di consapevolmente o inconsapevolmente messi da parte da istituzioni, attori territoriali e abitanti, esclusi dai flussi principali del paese, tramutati rapidamente o progressivamente in periferici; dall’altro, di riflesso rispetto a una tale marginalizzazione, queste aree appaiono spesso poco aggiornate, se non rimosse, nella percezione e nelle rappresentazioni elaborate dall’uomo, a partire da uno dei principali medium geografici, ovvero la cartografia, strumento principe tramite cui veicolare le informazioni o pianificare gli interventi. Tali luoghi e i rispettivi paesaggi possono quindi essere contemporaneamente assurti a una concezione di “scartati” nell’accezione di collocati virtualmente fuori o agli estremi bordi delle carte (topografiche, dei GIS, dei navigatori dei veicoli, mentali, ecc.), e pertanto relegati a una georeferenziazione nebulosa.

In poche parole, essi si ritrovano ad essere sempre più invisibili e i termini dei loro problemi sempre meno nitidi e precisi, perciò difficilmente risolvibili.

In Italia, una simile condizione viene solitamente da lontano, affondando le radici di norma negli anni del boom economico e nei grandi processi da esso innescati (spopolamento rurale e montano, migrazioni interne, fine della mezzadria e della transumanza, industrializzazione, ecc.), connotando oggi la gran parte delle aree interne del paese, quelle appenniniche in misura maggiore rispetto a quelle alpine. Nuovi paesaggi “scartati” in formazione si pongono poi in ex zone produttive e si collegano alla deindustrializzazione e alle delocalizzazioni dell’ultimo ventennio, oppure riguardano le periferie e i piccoli e medi centri urbani.

In un contesto generale quale quello sin qui delineato, dove la montagna rappresenta il cuore del problema, il delta padano, in crisi da oltre un quarantennio, racchiude quindi, come vedremo, caratteri di atipicità che lo pongono in una situazione anomala rispetto al grosso degli altri casi analizzati in questa sede quanto a realtà ambientale che lo contraddistingue, cause storiche del fenomeno, prospettive future di rigenerazione economica.

È invece identico, sullo sfondo, il futuro incerto che questo come gli altri territori italiani “scartati” si trova davanti, in bilico tra una marginalizzazione ancora più accentuata, a quel punto forse irreversibile, e un’auspicabile inversione di rotta, di cui però ad oggi non si individuano le premesse.

Il delta del Po: un paesaggio “scartato” anomalo

Il delta padano, apparato di foce del più lungo corso d’acqua del paese e area umida di caratura europea, è il frutto di una lunga evoluzione, figlia di reciproche interazioni tra uomo e ambiente (Piastra, 2010a).

Esso risulta articolato in due macrosettori contigui.

A nord, in territorio veneto, è posto il delta del Po “attivo”, corrispondente alla penisola “a freccia” che si protende nell’Adriatico, in gran parte originatasi negli ultimi 400 anni in seguito all’intervento idraulico promosso nel 1604 da Venezia, noto come Taglio di Porto Viro (Tchaprassian, 2004).

A sud si estende il delta “fossile”, in territorio emiliano-romagnolo, formato dai sistemi lagunari comacchiese e ravennate e da ex aree umide drenate nel corso degli ultimi 150 anni circa, residui di quando il Po tra la protostoria e il Medioevo, nelle sue antiche configurazioni, sfociava in questa area.

Si tratta di un territo…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.