L’educazione ci rende umani

L’umanità dell’uomo si realizza compiutamente soltanto attraverso l’educazione, quel lungo processo di trasmissione culturale e apprendimento sociale che caratterizza in modo distintivo la nostra specie. Solo l’uomo infatti educa i propri simili ed è in grado di comprendere, costruire e condividere significati.

Premessa

L’essere umano è tale fin dalla nascita, in quanto appartenente alla specie umana. Tuttavia, l’umanità dell’uomo si realizza pienamente soltanto attraverso un lungo processo sociale: l’educazione. Ma in quale senso l’educazione ci rende compiutamente umani? Iniziamo con l’esaminare alcuni presupposti antropologici dell’educazione, per poi cercare di cogliere (in modo approssimativo) il rapporto tra l’educazione e l’umanizzazione.

L’educazione, in quanto pratica intenzionale, presuppone alcune idee sull’essere umano, una sorta di antropologia pedagogica tacita che può però essere resa pienamente esplicita.

Si tratta delle caratteristiche dell’uomo che costituiscono le condizioni necessarie dell’educazione in quanto tale. Per esempio, una caratteristica che è necessario attribuire all’essere umano per dare senso alla pratica educativa è quella dell’educabilità. Il fatto che l’essere umano sia suscettibile di essere educato è un presupposto necessario per l’educazione, una sua condizione di possibilità. Pertanto, l’antropologia pedagogica vede l’uomo come essere educabile.

Un’altra assunzione rilevante è espressa dal concetto di “educando”, che incorpora una dimensione normativa, indicando che l’antropologia pedagogica considera l’uomo in quanto essere da educare (ossia, si postula che esso debba essere educato per diventare pienamente umano). Una dimensione di tipo sia descrittivo che normativo è invece inerente alla categoria di “educatore”, che da un lato implica la capacità dell’uomo di educare i propri simili, dall’altro fa di questo un compito dell’uomo: ossia, l’antropologia pedagogica vede l’uomo in quanto essere che educa i propri simili (cioè, si postula che sia l’essere che umanizza l’altro uomo).

Premesse questi assunti antropologici, necessari per dare senso all’educazione, passiamo a esaminare la specificità umana dell’educazione, ossia la sua natura di processo che caratterizza in modo distintivo la specie umana. Si può tentare di cogliere qualche aspetto di tale specificità esplorando alc…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.