Le storie infinite

Da “Naden’ka” ad “Appunti di un giovanotto”, da “Un Pelham di Russia” a “Racconto di vita romana” ad altri ancora: una ricchissima messe racconti di Aleksandr Sergeevič Puškin, pubblicati su MicroMega 3/2002, grazie ai quali il lettore scopre perché l’incompiutezza costituisca un “segreto per avvincere”.in italiano dell’autore di Boris Godunov, grazie ai quali il lettore scopre perché l’incompiutezza costituisca un "segreto per avvincere".

Da MicroMega 3/2002

Presentazione di Carla Muschio

Non bisogna dire tutto

Chi avesse la curiosità di sapere come componesse Puškin può leggere proprio in queste pagine il testo intitolato «Frammento». L’autore finge di descrivere un «poeta celebre» suo conoscente, che non è altri che lui stesso: «uomo del tutto semplice e comune, per quanto poeta», che frequenta l’alta società, ama le donne, spesso va a spasso, legge poco, evita i colleghi letterati. Circa una volta all’anno, d’autunno, lo coglie l’ispirazione e allora si chiude in camera e passa le giornate a letto, a scrivere, in preda alla piena felicità della creazione.

Puškin non nascondeva e, anzi, accentuava la propria pigrizia, la spensieratezza, l’assenza in lui dell’aspetto di fatica della composizione. La sua Musa la intratteneva a letto. C’è forse luogo più naturale, più affettuoso? Io vedo tutto lo charme di Puškin in questa pratica. Invece molti critici, volendo fare di lui un eroe della poesia, un vate, hanno taciuto turbati sulla provenienza d’alcova delle sue pagine. Eppure essa contribuisce a spiegare la felicità della sua scrittura, libera, come il corpo in un letto comodo, di muoversi senza costrizioni.

Tra le libertà che lo scrittore si prende, come la disubbidienza ai canoni letterari e il divertimento della parodia, c’è anche la libertà di non concludere le storie, di interrompere la narrazione a piacimento in un qualsiasi punto dell’intreccio.

Puškin lo fa spesso. Quelli pubblicati qui (accomunati dal fatto di essere inediti in Italia) sono solo alcuni degli inizi narrativi che lo scrittore ha lasciato incompiuti (1). Può capitare che la trama sia molto avanzata, come avviene nell’Arabo di Pietro il Grande, e il lettore venga lasciato a bocca asciutta proprio sul più bello. Viene da domandarsi perché.

Del resto, anche le opere «concluse» di Puškin, sono veramente tali? E ancora, dato che la vita non si ferma mai, quando un’opera si può definire conclusa? A proposito dell’attitudine di Puškin a non finire i racconti, lo scrittore Andrei Sinjavskij acutamente osserva: «Puškin essenzialmente pensa per frammenti. È il suo stile. Molte opere di Puškin (tra l’altro, le migliori) sono chiamate proprio così: “frammento”. Oppure “scene da”: dal Faust, dall’epoca cavalleresca. Altre hanno il carattere di frammento nella loro stessa essenza. È evidente la frammentarietà dell’Onegin, che si tronca a metà discorso, quella delle piccole tragedie, del Godunov. (…)

Le sue opere ricordano le collezioni di arte antica: tutte torsi e busti, uno senza testa, l’altro senza naso. Ma lo strano è che le perdite non li hanno deturpati, anzi, paiono aver attribuito all’immagine vera compiutezza e si presentano come tratti necessari, suggeriti dalla natura dell’oggetto. Qui si può intuire che la frammentarietà è causata prima di tutto da un’acuta comprensione del tutto, che è contenuto nell’unico pezzo e non ha bisogno del volume intero. È un pezzo dove, a dispetto dell’interruzione, c’è tutto e tutto è costruito con disinvoltura, equilibrio, i personaggi passeggiano in coppia o si siedono l’uno di fronte all’altro e la vita si accompagna alla morte, la gioia alla tristezza e viceversa» (2).

Questa attitudine di Puškin alla frammentarietà, anche nelle opere formalmente più concluse, fa pensare al gusto rinascimentale per il pezzo intenzionalmente «non finito». Per Michelangelo, ad esempio, è importante lasciare l’opera in uno stato di incompiutezza, come riconoscimento del fatto che la perfezione ideale nell’arte è comunque irraggiungibile.

In epoca più vicina a Puškin l’arte del frammento veniva coltivata dai romantici, primo fra questi Byron, tanto ammirato dal poeta.

Ma non c’è soltanto una posa romantica nella relativa inconcludenza narrativa di Puškin. Per lui l’omissione dei dettagli o del finale di una storia è anche un trucco da abile seduttore. Come confida a un amico per spiegare il fascino della sua prosa: «Non bisogna dire tutto: è questo il segreto per avvincere» (3). E allora, una volta attratto l’interlocutore in una storia, bisogna trattenere la sua curiosità e la sua attenzione allontanando il più possibile la fine, così che il mondo illusorio che la narrazione ha creato rimanga vivo. Ad esempio, l’interruzione dell’Onegin lascia aperta la possibilità che Tat’jana e Onegin possano ancora amarsi: non è ancora detta l’ultima parola.

Quando invece una storia finisce, magari anche «bene», il lettore può provare tristezza perché comunque, a lettura conclusa, tutto un mondo è svanito.

Nel momento in cui Alice nel Paese delle Meraviglie dice ai personaggi che la circondano: «Non siete altro che un mazzo di carte!» afferma sì una verità, ma pone anche bruscamente fine a una bella avventura, svegliandosi dal sogno. Ecco, Puškin è particolarmente sensibile al desiderio di infinito del lettore che segue una storia e non lo butta mai fuori del suo paese delle meraviglie, anche quando la vicenda un finale ce l’ha. Se poi non ce l’ha, come nei frammenti qui tradotti, succede un miracolo: il lettore è spinto a diventare un Puškin lui stesso, se vuole dar sfogo alla carica di fantasia accesa in lui dalla lettura.

Aleksandr Sergeevič Puškin: Le storie infinite

Naden’ka

Dei giovanotti, quasi tutti appartenenti all’esercito, si stavano giocando le loro proprietà perdendo a carte con il polacco Jasunski, che teneva il banco per passatempo, con una piccola somma, e barava con sussiego con carte tagliate. Sventolavano assi, tre, re a brandelli, fanti ricurvi e la nube di gesso nel cancellare si mischiava al fumo di tabacco turco.

«Veramente sono le due di notte? Dio mio, come abbiamo fatto tardi», disse Viktor ai giovani compagni. «Non sarebbe ora di smettere di giocare?».

Tutti buttarono giù le carte, si alzarono dal tavolo; ciascuno, facendo gli ultimi tiri dalla pipa, si mise a contare le vincite proprie o altrui; discuss…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.