Wannsee, luogo della memoria del Novecento

Il 20 gennaio 1942 a Wannsee, a sudovest di Berlino, una riunione segreta tra alti ufficiali delle SS e rappresentanti del partito nazista e dell’amministrazione statale del Terzo Reich, sancì l’attuazione della “soluzione finale della questione ebraica in Europa”.

Wannsee è un’elegante località adagiata sul lago omonimo a sudovest di Berlino, ricca di boschi e ville lussuose. Già nella seconda metà dell’Ottocento il grande scrittore tedesco Theodor Fontane la descrisse come un luogo idilliaco nei suoi viaggi attraverso la marca di Brandeburgo. La successiva ri-semanticizzazione di Wannsee in un simbolo e luogo della memoria del terrore nazionalsocialista si deve al ritrovamento – avvenuto nella primavera del 1947 – di un documento tra le carte del Ministero degli Esteri tedesco, il cosiddetto «protocollo della conferenza di Wannsee»[1]. Si tratta dell’unica copia sopravvissuta alla guerra ad oggi conosciuta del resoconto della riunione segreta che si svolse il 20 gennaio 1942 nella villa Minoux, all’epoca in dotazione alle SS e usata come residenza per gli ospiti. All’incontro parteciparono quindici persone, tra alti ufficiali delle SS e rappresentanti del partito nazionalsocialista e dell’amministrazione statale del Terzo Reich.

Il protocollo non lascia spazio alle interpretazioni su quale fu l’argomento trattato nel corso della riunione: sotto la regia di Reinhard Heydrich, il capo della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza delle SS, nonché braccio destro di Heinrich Himmler, il Reichsführer delle SS e capo della polizia tedesca, in un’ora e mezzo furono discusse le modalità di attuazione di quell’insieme di azioni che nel documento vengono riassunte sotto la definizione di «soluzione finale della questione ebraica in Europa». Nel protocollo si parla esplicitamente di un nuovo orientamento volto all’«evacuazione degli ebrei verso est» e del necessario coinvolgimento di «oltre 11 milioni di ebrei» ai fini del raggiungimento di una «soluzione veramente definitiva». Nella cifra indicata venivano inclusi anche gli ebrei residenti in Inghilterra, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e altri Paesi europei. Al tempo stesso, però, il linguaggio usato per indicare la natura delle misure contemplate risulta per lo più allusivo e ambiguo, come si evince dalla scelta di termini quali «azioni», «trattamento speciale», «reinsediamento» e soprattutto dai mancati riferimenti ai campi di sterminio.

Nel corso del suo intervento di apertura, Heydrich aveva solo chiarito che gli ebrei abili al lavoro sarebbero stati impiegati nella costruzione di strade, lasciando intendere che quest’attività avrebbe comportato un elevato numero di vittime e che i superstiti sarebbero stati eliminati. Il problema specifico della sorte delle persone classificate come «mezzi ebrei» (Mischlinge) fu l’unica questione che venne discussa animatamente durante la riunione, senza però che si giungesse a una decisione operativa. La seduta si concludeva «con la preghiera rivolta ai partecipanti alla riunione dal capo della polizia di sicurezza e del SD [servizio di sicurezza, n.d.a.] di garantirgli l’appoggio necessario ai fini della realizzazione dei piani di soluzione».

Accertata l’autenticità del documento, la storiografia si è a lungo interrogata sulla rilevanza storica di quell’incontro. Per la sua tragicità, l’Olocausto richiedeva spiegazioni certe e inequivocabili in relazione all’individuazione…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

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Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.