Mafia, politica e stragismo: il lato oscuro del potere in Italia

Mentre la criminalità mafiosa si prepara all’assalto alla diligenza dei fondi del Pnrr, lo Stato rinuncia a sapere la verità sulle stragi del ‘92-’93, smantellando progressivamente la normativa antimafia approvata solo grazie al sangue di Capaci e Via D’Amelio.

Il sistema di potere mafioso fin dall’unità d’Italia è stato una componente organica del sistema di potere nazionale, determinante per i suoi equilibri politici. Ciò è avvenuto perché fin dalle origini l’asse portante di questo sistema di potere mafioso sono stati alcuni settori della classe dirigente, come già nel 1876 rilevò Leopoldo Franchetti, autore di una celeberrima e insuperata inchiesta sulle condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Franchetti scrisse testualmente che l’industria delle violenze era in mano ai “facinorosi della classe media” e che per lo più tutti i cosiddetti capimafia erano persone di condizione agiata. Nel secondo dopoguerra questa stessa componente è stata definita “borghesia mafiosa”.
Si tratta di un vasto ed eterogeneo mondo di colletti bianchi, settori della classe dirigente che hanno utilizzato il metodo mafioso e l’omicidio per fini di arricchimento personale e per tutelare i loro interessi.

Nel corso del tempo la composizione sociale di questa borghesia è cambiata. Nell’Italia del secondo Ottocento e del primo Novecento, caratterizzata da un’economia agricola-contadina, in prima fila vi erano i grandi latifondisti, gli agrari, i notabili, i grandi commercianti di prodotti agricoli.

Nella seconda metà del Novecento, quando l’economia italiana si trasforma con l’abbandono delle campagne e il trasferimento nelle città, quando inizia il ciclo edilizio, all’interno di questa borghesia mafiosa vi sono gli imprenditori della filiera edilizia, protagonisti del sacco di Palermo, i grandi esattori come i cugini Salvo, il variegato mondo di professionisti che mettono le loro competenze al servizio dei potenti del tempo, esponenti delle correnti dei partititi della maggioranza governativa che spartivano gli appalti pubblici sedendosi allo stesso tavolo con mafiosi e imprenditori locali e nazionali: tutti fatti accertati con sentenze definitive. Non è un caso che il capo della mafia di Corleone prima di Riina fosse Michele Navarra, medico ed esponente della DC. Negli anni Ottanta il capo della Cupola era Michele Greco, distinto proprietario terriero nelle cui tenute veniva ospitata la più distinta borghesia cittadina. Altri importanti capi mafia come i Bontate, i Graviano venivano pure dalle file della cosiddetta classe media. E ancora negli anni Novanta e Duemila molti capimafia erano medici, architetti, imprenditori, professionisti. Ne cito uno tra i tanti: il dottor Giuseppe Guttadauro. A parte gli esponenti della classe media che rivestivano ruoli organici di capi mafia, c’era poi uno stuolo sterminato di colletti bianchi appartenenti alle più varie categorie sociali, a vario titolo collusi o complici, che ingrossavano la vasta galassia della borghesia mafiosa.

Nonostante la retorica ufficiale offra alla pubblica opinione una rappresentazione della mafia come organizzazione costituita quasi esclusivamente dai soliti brutti, sporchi e cattivi, individui come Riina e Provenzano, che hanno addirittura difficoltà a esprimersi in italiano, la realtà storica accertata in sede giudiziaria è ben diversa: il sistema mafioso è sempre stato interclassista e il suo punto di forza è sempre stata la borghesia mafiosa come componente strategica delle classi dirigenti.

Ridurre la mafia solo a personaggi come Riina è una falsificazione storica equivalente a chi volesse riscrivere il romanzo dei “Promessi Sposi” di Manzoni togliendo dalla scena don Rodrigo e lasciando in campo solo i Bravi. I Bravi sarebbero stati volgari criminali senza la protezione di don Rodrigo e don Rodrigo non avrebbe potuto esercitare la sua intimidazione violenta senza i Bravi. Gli uni e l’altro sono due facce della stessa medaglia. Così, Riina e i suoi soci sarebbero rimasti volgari criminali assicurati…

La democrazia non crede in Dio

Affinché la democrazia possa essere esercitata, la parola divina e l’esistenza stessa di qualsiasi entità mistica superiore devono essere assolutamente escluse dal dibattito pubblico. Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento di Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo, alle Giornate della Laicità di Reggio Emilia.