Movimento democratico e repressione autoritaria in Bielorussia

Due anni fa, il Paese ha vissuto grandi proteste in seguito alla rielezione fraudolenta di Alexander Lukashenko. Tornare su questi eventi aiuta a comprendere le componenti principali della società bielorussa e la loro evoluzione. In particolare ora che il Paese gioca un ruolo importante nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Indipendente dal 1991, la Bielorussia è stata, per tre decenni, piuttosto ignorata dai media e ha dato vita a relativamente poche ricerche accademiche. Negli ultimi due anni, però, questo Paese situato tra Russia, Ucraina e Unione Europea ha spesso fatto notizia nei media nazionali e internazionali. La stampa ha ampiamente documentato il movimento di protesta di massa dell’agosto 2020 e la sua feroce repressione, che continua ancora oggi. Le azioni spettacolari dei servizi di sicurezza di questo Stato autoritario hanno regolarmente acceso i riflettori su questo Paese di cui fino ad allora si era parlato poco[1]. L’attualità della questione bielorussa è diventata ancora più acuta nel 2022, a causa dell’importante ruolo che la Bielorussia gioca nel dispositivo di invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Una parte delle forze russe ha infatti attaccato l’Ucraina da nord, dal territorio bielorusso, che è diventato una base di retroguardia per i militari agli ordini del Cremlino. Una parte significativa dell’apparato statale, così come gran parte della popolazione, compresi alcuni gruppi fedeli al regime di Lukashenko, sarebbero tuttavia ostili alla partecipazione diretta della Bielorussia al conflitto. Ma la repressione del movimento del 2020 e le conseguenti sanzioni internazionali contro il Paese hanno costretto Lukashenko a cercare il sostegno dal suo vicino russo. Ciò ha portato, secondo alcuni esperti, alla vassalizzazione della Bielorussia da parte del Cremlino[2]. Così, il 30 novembre 2021, Lukashenko ha riconosciuto la Crimea come territorio russo; dal 24 febbraio 2022 i russi hanno lanciato missili contro l’Ucraina dal territorio bielorusso; la riforma della Costituzione bielorussa adottata con “referendum” il 27 febbraio non menziona più il Paese come Stato neutrale e non nucleare e autorizza lo stazionamento di armi nucleari russe in Bielorussia. In questa nuova configurazione geopolitica, è importante capire come la rivolta del 2020 abbia rivelato capacità di mobilitazione all’interno della società bielorussa, della quale alcune frange cercano ancora oggi, dall’interno del Paese, a proprio rischio e in un contesto di intensa repressione, di sfidare il regime in atto ma anche l’invasione russa dell’Ucraina. È soprattutto tra gli esuli fuggiti dal Paese dopo il 2020 che si organizzano forme di resistenza mediatica, civica, politica e persino armata. Cosa è successo nel 2020? Perché il regime, fino ad allora molto stabile, è stato indebolito da manifestazioni così ampie? Quali trasformazioni nel cuore della società bielorussa hanno reso possibile questo cambiamento? Quali azioni vengono intraprese oggi per combattere il regime di Lukashenko, uno Stato autoritario ma anche cobelligerante in un conflitto ampiamente contestato? Questo articolo fa luce sulle molle della rivolta del 2020 e permette quindi di chiarire alcune attuali dinamiche di resistenza al regime di Lukashenko, all’interno del Paese ma anche fuori dai suoi confini, nel contesto della guerra in Ucraina.

La speranza del cambiamento

Eletto per la prima volta nel 1994, nel 2020 Alexander Lukashenko è candidato per il sesto mandato. Il carattere autoritario del regime, che ha instaurato nel 1996 e successivamente rafforzato, suggerisce a priori uno scenario identico a quello delle precedenti elezioni: brogli elettorali, punteggio prossimo all’80% per il presidente, mobilitazione di qualche migliaio di attivisti politici dell’opposizione sostenuti dai candidati, seguiti da arresti e condanne. Tuttavia, alcune particolarità emergono nei mesi precedenti le elezioni. Folle di cittadini comuni si mettono in fila per firmare a favore di candidati che propongono un’alternativa politica. I partiti politici tradizionali sono emarginati. Due dei concorrenti di Lukashenko sono imprigionati prima delle elezioni (Sergueï Tikhanovski e Viktor Babaryko), mentre un terzo decide di lasciare il Paese per motivi di sicurezza (Valery Tsepkalo). Si fa strada allora un’altra candidatura rispetto a quella di Lukashe…

“Le donne e gli uomini in Iran non hanno più paura”

“Il regime iraniano non vuole cambiare. Ma noi non vogliamo più vivere nella paura. Per questo ci battiamo per la democrazia”. Una giovane attivista iraniana, studentessa di Giurisprudenza in Italia, racconta la sua rivoluzione.

“Se succede oggi in Iran, succederà domani in Afghanistan”

“La lotta del popolo iraniano è la nostra lotta”. La testimonianza di Mariam Rawi – rivoluzionaria afghana dell’associazione RAWA – racconta la vita e la ribellione delle donne afghane da quando i talebani hanno ripreso il potere a Kabul: “Le donne, anche sotto la legge della Sharia, non accettano di essere private dei diritti umani fondamentali”.