La peste e noi. Dialogo tra Orhan Pamuk e Telmo Pievani

Il premio Nobel per la letteratura – in Italia per presentare il suo ultimo romanzo “Le notti della peste” (Einaudi) – racconta il suo modo di lavorare, spiega perché la letteratura è sempre profetica (senza volere) ed esprime la sua illuministica fiducia nell’umanità.

Il testo che segue è la trascrizione di un dialogo tenutosi il 30 settembre 2022 nell’ambito degli eventi celebrativi per gli 800 anni dell’Università di Padova.

Telmo Pievani: È un grande privilegio avere nostro ospite Orhan Pamuk, che non ha bisogno di presentazioni. Se siete qui avete sicuramente letto molti dei suoi capolavori per i quali ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 2006: Neve, Il mio nome è Rosso, Istanbul, Il museo dell’innocenza. Orhan Pamuk è in Italia in questi giorni per presentare il suo ultimo lavoro Le notti della peste, appena uscito per Einaudi. Il titolo vi richiamerà gli eventi drammatici successi negli ultimi due anni, ma in realtà lui questo libro – che è ambientato in un’isola immaginaria del Mediterraneo dove scoppia un’epidemia – lo aveva cominciato a scrivere ben prima della pandemia. Nel passargli la parola e dargli il benvenuto, voglio ricordare la motivazione per la quale nel 2006 ricevette il Nobel per la letteratura: «Per il modo in cui ha saputo ricercare l’anima malinconica della sua città natale, Istanbul, e ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture». Allora la prima domanda che gli faccio è questa: al centro dei tuoi lavori c’è sempre un luogo preciso, un’isola, un museo, una città. La tua letteratura è sempre confinata in un luogo. Come diceva Italo Calvino, che so essere un autore che tu ami molto, per fare letteratura ci vuole un vincolo. È per questo che ambienti i tuoi capolavori in questo modo?

Orhan Pamuk: Innanzitutto grazie per la vostra presenza, sono molto felice e onorato di essere qui stasera. La tua domanda riguarda sia la letteratura sia la geografia. Nelle prime pagine del libro ho inserito una cartina geografica che descrive un’isola immaginaria. Come Neve, anche questo è un romanzo politico.

E come accade in Neve, ho creato un luogo isolato. In neve si trattava di un’area tagliata fuori dal resto della Turchia e dell’umanità. In questo romanzo, invece, si tratta di un’isola che per via di una pandemia di peste bubbonica viene completamente chiusa dai poteri internazionali e dall’Impero Ottomano a cui apparteneva. Si tratta di un’isola immaginaria e vi spiego perché ho fatto questa scelta. Con Neve avevo fatto una esperienza negativa. Avevo deciso di ambientare Neve a Kars, una città nel Nord-Est della Turchia, e ho ricevuto molte critiche da parte di chi sosteneva che la città di Kars non era così influenzata dall’islamismo politico come appare nel romanzo. Ma io non volevo scrivere una cronaca della storia di Kars, nel mio libro volevo affrontare il problema generale della presa di potere dell’Islam politico in Turchia. Questa volta, non volendo ricadere nello stesso errore, ho inventato di sana pianta un’isola, un po’ come Thomas Moore. Ma lui aveva creato un’ut…

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