Liberazione del lavoro o dal lavoro?

Il lavoro, nella società capitalista, serve solo secondariamente, anzi accidentalmente, a soddisfare veri bisogni umani. La sua ragion d’essere è la realizzazione del solo e unico scopo della produzione capitalista: trasformare cento euro in centodieci euro e così via. Bisognerebbe quindi abolire molte delle attività che si svolgono oggi, e reinventare le altre. Il che si tradurrebbe anche in molto più tempo a disposizione. Rifiutare il lavoro non significa però non fare niente, bensì valutare – individualmente e collettivamente – quali sforzi si vogliono intraprendere, in vista di quali risultati.

Quando l’Assemblea costituente iscrisse il lavoro a fondamento della Costituzione italiana ciò apparve come un innegabile progresso: il lavoratore, e dunque quella parte considerevole della popolazione che si guadagnava da vivere con le mani e il sudore sulla fronte, veniva riscattato dal disprezzo di cui era stato oggetto per secoli diventando finalmente un membro della società a pieno titolo. L’intenzione era senza dubbio nobile. E ancora oggi il più elementare senso di giustizia esige di non subordinare gli interessi della maggioranza della popolazione, che deve vendere la propria forza lavoro per poter sopravvivere, agli interessi di quella minoranza che controlla le risorse. La classica dinamica di “destra” e “sinistra” si giocava largamente su questa dicotomia e sulla difesa delle “classi lavoratrici”.

Ma un conto è essere costretti a lavorare, un altro è esserne orgogliosi e farne derivare un’“identità”. Lavorare significa dare il proprio contributo alla società e al benessere collettivo? Ma come negare che oggi gran parte dei lavori, ovunque nel mondo, siano inutili o dannosi? Solo una piccola parte di essi riguarda settori effettivamente necessari, come l’agricoltura, l’artigianato, l’educazione, la salute. Tutto il resto concerne la produzione di oggetti destinati a una rapida obsolescenza e a un consumo insensato e compensatorio, di armi, di merci spedite da una parte all’altra del mondo solo per realizzare piccoli guadagni, come inviare in Marocco gamberetti pescati in Norvegia per la loro lavorazione e poi di nuovo in Norvegia per l’inscatolamento; o riguarda questioni di “sicurezza” o relative a  un’amministrazione largamente superflua; o è prodotto per riparare alle conseguenze ecologiche, sanitarie e psicologiche del capitalismo stesso; o riguarda l’estrazione e la distribuzione di quell’energia che serve essenzialmente a queste stesse produzioni inutili. L’umanità nel suo insieme non perderebbe niente se questi lavori cessassero. Parteciparvi può essere spesso inevitabile per il singolo che non ha scelta. Ma bisogna davvero rivendicare il fatto di stare alla catena di montaggio stringendo le viti delle mitragliatrici o di fronte a un computer per “gestire i flussi” delle vendite di automobili? È sensato limitarsi a chiedere una maggiore retribuzione e migliori condizioni del lavoro, senza mai mettere in questione la sua stessa ragione d’essere?

Il lavoro, nella società capitalista, serve solo secondariamente, anzi accidentalmente, a soddisfare dei veri bisogni umani. La sua ragion d’essere è la realizzazione del solo e unico scopo della produzione capitalista: trasformare cento euro in centodieci euro, poi in centoventi, e così via in un processo senza fine. In gioco non è solo il profitto dei capitalisti: si tratta di un meccanismo che si autoalimenta, di un movimento tautologico. Solo aumentando la massa di lavoro, si aumenta veramente la massa di denaro; gli altri modi per creare ricchezza, soprattutto nella sfera finanziaria, sono in fin dei conti fittizi, anche se il singolo attore economico non se ne accorge. Al cuore del capitalismo non c’è l’“avidità” di un gruppo specifico di persone: questa esiste certamente, ma è solo l’aspetto più visibile del meccanismo di funzionamento di una grande macchina anonima che avanza automaticamente e ciecamente. Ridurre il funzionamento di un intero sistema sociale alla cattiva volontà di un piccolo gruppo…

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