Letteratura e viaggio, intervista a Marco Steiner

Marco Steiner, pseudonimo di Gianluigi Gasperini, ha iniziato a scrivere collaborando con il grande fumettista Hugo Pratt. Oltre a realizzare nuove storie con protagonista il più celebre personaggio di Pratt, Corto Maltese, nei suoi romanzi Steiner ha fuso gli elementi che ne caratterizzano l'universo narrativo: avventura, viaggio, esplorazione.
Corto Maltese

Marco Steiner è scrittore di viaggi, attraverso cui racconta la follia che è insita in chi non rinuncia a inseguire un altrove inesplorato. Il nome Marco Steiner, dice lui stesso, glielo ha inventato Hugo Pratt: “Lo pseudonimo di scrittore ‘mitteleuropeo’ mi è stato suggerito proprio da Pratt”.

Mi chiese chi fossero i personaggi letterari che preferivo.

“Marlowe e Corto”, risposi.

“Allora ti sarà “Mar-Co”, mi disse.

“E il tuo autore preferito?”

“John Steinbeck”

“Allora sarai Steiner, uno Steinbeck mitteleuropeo, perché ti xe Furlan (perché sei Friulano)”, aggiunse in veneto”. (dal sito marcosteiner.it)

Tra il 1987 ed il 1995 collabora con Pratt e alla sua morte completa il romanzo Einaudi Corte Sconta detta Arcana. Seguendo le tracce di Tango, un’altra storia di Hugo Pratt, scrive L’ultima pista.

Immaginando un giovane Corto Maltese prima che diventasse il famoso personaggio prattiano lo inserisce in due romanzi: Il corvo di pietra e Oltremare, editi da Sellerio.

Spazia ancora più lontano con Miraggi di memoria, una serie di racconti nati in viaggio ed editi da Nuages che si accompagnano ai disegni di José Muñoz, un grande “allievo” di Pratt.

Steiner è un viaggiatore come i suoi personaggi, che forse il giorno in cui sono nati – o sono stati concepiti – erano a due passi da un mare in tempesta scuro di libeccio oppure umido di scirocco o spazzati da un maestrale che riempiva l’aria di sale e di schizzi di onde gelate.

I mari di Steiner hanno interiorizzato la bufera, le tempeste, le piatte assolate e si muovono, come le correnti degli oceani, facendoci viaggiare anche quando siamo fermi, spostando l’orizzonte sempre un po’ più in là e non smettendo mai d’inseguirlo.

Anche nell’intimo dei folli (Isole di ordinaria follia, ed. Studium, con le foto di Marco D’Anna e Gianni Berengo Gardin, e La nave dei folli. Un diario di bordo, Marcianum Press) vi è lo stesso furore di chi conosce l’esigenza del viaggio: nei loro occhi l’orizzonte si sposta, va oltre e quell’oltre è utopia concreta, non si può lasciare che fugga senza almeno provare a inseguirla.

Il resto di Marco Steiner val la pena farselo dire da lui.

I suoi personaggi sono in movimento permanente, si muovono dentro un’ambientazione che, anch’essa, non riesce a star ferma, che si tratti di una landa deserta battuta dal vento oppure di un oceano di correnti che si agitano per linee sghembe. Pare che la meta del tutto, quella che comprende uomini e universo, sia il viaggio stesso e mai qualcosa di definito.

Ho iniziato a scrivere viaggiando. Per anni ho cercato di seguire le piste, le rotte, i sogni, le mappe immaginarie e quelle immaginate di un personaggio inesistente come Corto Maltese, sapendo che era una creatura nata dai sogni, dalla letteratura, dai viaggi e dalla vita stessa di Hugo Pratt. Ho conosciuto prima Hugo e poi Corto e, forse per questo motivo, ho sempre saputo che non stavo inseguendo un personaggio di carta, ma la creatura complessa di un artista, cioè un simbolo carico di significati, un simbolo di qualcosa che io stesso avevo sempre amato e ricercato in ogni forma e cioè la libertà del viaggiare senza una meta, ma con un obiettivo preciso: vedere, conoscere, scoprire il mondo in maniera liquida, senza aspettative né preconcetti lasciandomi guidare da un’istintiva casualità di possibilità. Vagabondando seguendo Corto sono stato costretto a cercare qualcosa che nella realtà non esiste, ma che mi ha obbligato ad affinare sguardo e attenzione per superare quel labile confine che c’è fra osservazione e immaginazione facendomi oscillare fra realtà, sogno e memoria. Questo tipo di atteggiamento diventa e crea un’ulteriore prolungamento del viaggio: il movimento fisico ci conduce a un determinato luogo, il movimento mentale ci aiuta a superare i confini del tempo e dello spazio di quel determinato luogo guidandoci e regalandoci l’opportunità di spaziare in una dimensione diversa, una dimensione ideale per raccontare, inventare o per fare come Corto: restare seduti su una veranda a guardare il mare per gustare semplicemente quel nulla apparente e i silenziosi racconti della risacca o del vento fra le palme.

Nei tuoi viaggi, quelli che racconti, il materiale dispiegarsi di strade tortuose e infinite, di rotte che non si consumano in un porto sicuro, scorrono paralleli a percorsi accidentati della memoria, sino ad addentrarsi in un intimo irrequieto. Il viaggio pare, dunque, la metafora perfetta di una sorta di ricerca ininterrotta d’un io sconosciuto.

È proprio così e quel viaggiare diventa anche un seguire, o meglio, un ricercare istintivamente percorsi non tracciati, itinerari che solo voltandosi indietro acquisiscono una logica, ma non la prevedono nel senso letterale di questo termine. In questa maniera la cosiddetta ricerca dell’io sconosciuto diventa una progressiva scoperta e costruzione dell’io e, a questo punto, il viaggio fisico diventa anche mentale, cioè si completa. “Non si viaggia per vedere nuove terre, ma per tornare con nuovi occhi”: Marcel Proust diceva più o meno una cosa del genere. E per me è esattamente così: la vita è un viaggio, una ricerca, e certi momenti sono veri e propri passaggi, punti di svolta, ostacoli da superare, porte da aprire; alcuni si attraversano coscientemente, di altri ce ne rendiamo conto solamente a posteriori. L’ingrediente migliore per affrontare il cammino è la disponibilità al cambiamento attraverso l’apertura mentale e la fantasia e se poi si riesce ad aggiungere anche una buona dose d’ironia il percorso può diventare anche divertente. L’incontro apparentemente casuale, l’imprevisto o l’ostacolo che ci costringere a cambiare percorso o tempistiche, possono diventare opportunità di scoperta; in ogni caso sono una prova, una deviazione che ci consente di superare schemi e logiche prefissate. È lì che nasce il vero viaggio.

Capita che rincorri le vicende di personaggi storici reali, facendoli rivivere in situazioni assai diverse da quelle che l’immaginario collettivo s’aspetta. I tuoi Butch Cassidy e Billy the Kid, ad esempio, sono semplicemente altro da tutto ciò che su di loro è stato scritto.

Ci sono momenti particolari nella vita di ogni uomo e così ci sono momenti particolari anche nelle storie di certi personaggi storici che sono conosciuti principalmente per determinati aspetti che li hanno resi famosi, ma che li hanno anche etichettati. Io provo, in questa specie di viaggio o percorso letterario, a infiltrarmi in quegli spazi, in quelle aree più opache, negli ambiti delle cose non dette. Il principio è sempre lo stesso: c’è la grande realtà storica, ci sono gli aspetti più umani e poi ci sono gli aspetti marginali, quelli che possono essere immaginati senza travisare i fatti principali.

Butch Cassidy, nella sua esigenza di cambiare aria per sfuggire all’instancabile caccia degli agenti della famosa Agenzia Investigativa Pinkerton dopo tante banche svaligiate in Utah e Wyoming, era effettivamente arrivato in Patagonia, in quel Sud di tutto dove avrebbe potuto cercare di vivere in maniera più “anonima”, ma era logico che un personaggio del genere anche dopo aver cambiato nome non sarebbe cambiato nella sua essenza di ribelle fuorilegge. Durante i miei primi viaggi in Patagonia mi sono messo sulle sue tracce, dato che mi ero ripromesso di seguire a distanza la splendida storia del Tango di Hugo Pratt in cui Corto Maltese, anche grazie a Butch Cassidy, era riuscito a salvare la figlia di una sua amica coinvolta in un giro pericoloso. In quei primi viaggi nati per la stesura de L’ultima pista, il mio primo romanzo di ricerca suggeritomi proprio da Hugo Pratt in un momento indimenticabile della mia vita, mi ero messo alla ricerca della vera capanna di Butch Cassidy a Cholila, nel selvaggio Chubut argentino, delle taverne dov’era stato e dove c’era sempre qualcuno che mi faceva vedere le tracce delle bruciature delle sue sigarette su improbabili vecchi tavoli di legno, oppure buchi sui muri lasciti dalle sue pallottole, oppure lettere incorniciate o foto segnaletiche originali dell’epoca… Insomma in mezzo a tutti questi cimeli veri o falsi, in mezzo a questi piccoli o grandi segnali, un giorno, vagabondando lungo la famosa Ruta 40, la strada che percorre l’Argentina arrivando fin nel sud più estremo della Patagonia mi sono imbattuto in un’altra foto segnaletica: era la foto di un bandito ricercato e definito un “cacciatore di indios”, cioè quei pistoleros pagati dai grandi latifondisti per spaventare quei disgraziati indios Tehuelches che ogni tanto uccidevano per fame qualche pecora dei loro immensi allevamenti. Butch nella realtà aveva incontrato molti di questi latifondisti (lo scrive anche Pratt in Tango parlando in particolare di un certo signor Habban e della famiglia Newbery) e sicuramente molti di questi cosiddetti “cacciatori”, che altro non erano se non dei bastardi assassini senza regole i quali, in una cinquantina d’anni fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, per “spaventare” le popolazioni locali sterminarono oltre diecimila individui in uno degli eccidi più ignorati dalla Storia. Quella foto segnaletica mi portò in una determinata zona non lontana da Bariloche, in un ranch dove era passato realmente Butch Cassidy e che, guarda caso, ancora si chiama Ranch Newbery. Quell’uomo ritratto nella fotografia aveva sicuramente un nome e avrei potuto indagare chi fosse stato nella realtà; invece, fissando a lungo il suo sguardo in quell’ambiente di legno che profumava di tabacco, selle, cinture di cuoio, caffè e rum scadente, ho provato qualcosa che si muoveva nell’immaginario creando un ponte fra storia e immaginazione, realtà e fantasia. Quell’uomo sconosciuto dallo sguardo duro è diventato Morgan Jones, il protagonista del mio romanzo Nella musica del vento, edito da Salani: un ragazzo gallese solitario che inizia la sua “carriera” di bastardo fra gli uomini del Wild Bunch di Cassidy imparando a cavalcare senza sella, a sparare da ogni posizione e a maneggiare il suo inseparabile coltello. Morgan Jones poi diventa un cacciatore di indios per i Newbery, ma poi scopre che quei “selvaggi” sono individui e non “animali” da sterminare, sono uomini e donne che dopo averlo salvato dalla morte gli insegnano a rispettare la terra e a dialogare in maniera profonda con la natura.

Ecco il senso di tutto: certi viaggi inconsapevolmente possono portare al luogo che sarebbe stato impossibile cercare con la logica e le storie che nascono così credo abbiano un diverso spessore perché nascono dall’ascolto, dall’incontro casuale e forse dall’acuirsi di una determinata sensibilità.

La musica ha una notevole rilevanza nei tuoi racconti, non solo perché è musica anche il vento, la risacca, persino il silenzio delle tue ambientazioni. Hai infatti rapporti con musicisti come Stefano Meli e Francesco Cafiso.

La musica fa parte del mio scrivere, ce n’è sempre di sottofondo nella mia stanza. Non si tratta di un mero sottofondo di accompagnamento, bensì di un tramite sottile per accedere con discrezione e poi far parte di determinati ambienti e situazioni. La musica aiuta l’immaginazione e favorisce scarti e collegamenti non scontati, eleva il livello di percezione e l’apertura di determinare porte apparentemente invisibili. “Esistono cose note e cose ignote; fra queste ci sono delle porte”, diceva un poeta visionario come William Blake. Forse – o anche – per questo motivo sono stato fortunato nel conoscere questi due musicisti.

Tempo fa ho scritto un racconto che poi è diventato una performance teatrale, Irene di Boston, conversazione con Corto Maltese. Alla scrittura iniziale scaturita da un incontro casuale con un veliero distrutto spiaggiato a Pozzallo in Sicilia, si sono aggiunte le fotografie del mio grande compagno di viaggio Marco D’Anna, i video di Vincenzo Cascone, i disegni di Giovanni Robustelli e la musica di Francesco Cafiso che, nel corso di una memorabile performance al prestigioso Festival di Filosofia e Musica, tenutosi nella Cattedrale di Tournai in Belgio nel 2017, ha suonato il pianoforte e il sax (a volte contemporaneamente!) improvvisando in diretta i suoi fantastici brani. Ma, come accade spesso per quelle importanti, quella storia non era finita, continuava a fluire nelle nostre rispettive fantasie creative: Francesco Cafiso ne ha tratto un magnifico lavoro discografico, Irene di Boston, che è andato a incidere addirittura a Londra con la prestigiosa London Simphony Orchestra. Per quanto mi riguarda, e questa è un’anticipazione, da quella piece teatrale è nato un romanzo che scaturisce dall’incontro e dal dialogo “quasi impossibile” fra Corto Maltese e Irene di Boston, un veliero naufragato sulle coste siciliane che nasconde all’interno delle fibre sfinite dei suoi legni lo spirito di una donna che rappresenta, come il marinaio di Pratt, un inguaribile e nostalgico desiderio di avventura.

Stefano Meli è un fantastico e visionario musicista blues con il quale ho sperimentato delle vere e proprie “session” di improvvisazioni di parole e note. Il senso non è semplicemente quello di una mia lettura di brani scelti accompagnati dal suo sottofondo musicale, ma una vera e propria compenetrazione fra suoni e parole dove cerchiamo insieme una liquida sintonia musicale fra le sue atmosfere e quelle create da certe descrizioni letterarie. Ci siamo trovati in particolare armonia con le atmosfere dal polveroso e ventoso sud patagonico del solitario Morgan Jones e quello dei suoi Stray dogs, orgogliosi cani randagi che vagano in cerca di libertà e ogni tanto ululano la loro rabbia contro le ingiustizie e le inutili ipocrisie borghesi. In seguito, ci siamo ritrovati insieme anche nelle atmosfere dei viaggi onirici di Indio, il marinaio protagonista de La Nave dei folli. Stefano è un grande musicista e ha una profonda sensibilità all’ascolto della fluidità ventosa di certe atmosfere e del dilatarsi nebuloso oppure, al contrario, abbagliante di certe parole sospese che si allungano, vagano come foschie, si srotolano o si dissolvono nelle sue lunghissime e magiche sonorità.

Lei viene dal Friuli, il luogo in cui Basaglia ha cominciato a smantellare la spietatezza di reclusioni forzate di innocenti, e si è spesso interrogato sulla follia, inseguendone il carattere visionario. Pare che dentro la deroga alla normalità sia tracciato il percorso per un viaggio ancora, poiché gli occhi della convenzione non vedono l’infinito negli occhi del diverso. Persino gli internati di San Servolo, le cui storie ha raccontato, hanno la capacità di viaggiare oltre le sbarre della loro assurda reclusione.

Ascolto, potrei sintetizzare e contrarre la mia risposta a questa sua domanda con questa unica parola: imparare ad ascoltare. Basaglia ha capito che l’unica maniera possibile per cercare di guarire partiva dall’ascolto e non serviva a niente diagnosticare, catalogare e rinchiudere. Personalmente devo dire che Isole di ordinaria follia è stato per me un libro importantissimo perché scrivendolo ho imparato ad ascoltare e quindi a raccontare attraverso una eterogenea serie di voci di personaggi ed entità dalle caratteristiche e temporalità estremamente diverse. Potrei dire che si è trattato di un grande esercizio di stile, ma non è così perché questo libro è stato per me una vera esperienza formativa, un viaggio intellettuale e, oserei dire, spirituale, nel corso del quale ho cercato continuamente di esplorare le vite e gli ambienti dei vari personaggi. Il Fabbricatore di bussole è un uomo che non era mai riuscito a farsi capire, all’inizio per un semplice problema di linguaggio e poi per una sua particolare inclinazione visionaria; Petar l’Organista riusciva a evadere e a volare oltre le mura e i tetti del manicomio seguendo le vibrazioni di determinate note del suo antico strumento, realizzato in un’altra epoca da un organista con il quale lui riesce a dialogare oltre le sbarre e la logica dei tempi; poi c’è la ruvida storia d’amore e disperazione di Lilith e Victor e tante altre fino all’estremo racconto dell’Isola stessa, che esprime e raccoglie le voci di tutti quei disgraziati senza nome che sono passati o sono svaniti in quella terra circondata dal mare e dall’indifferenza degli uomini.

A proposito di sbarre, in questo ambito, ma cambiando completamente libro, le racconto una piccola storia legata a Oltremare, il mio romanzo che ha vinto nel 2016 il Premio di Letteratura Avventurosa Emilio Salgari (un grandissimo e indimenticabile onore per me). In quell’occasione, una giuria di lettori era formata da un gruppo di detenuti della casa circondariale di Verona Montorio, che motivarono così la scelta di Oltremare: “Con questo libro Steiner è riuscito a farci viaggiare liberi oltre questi muri e queste sbarre”. Quello per me è stato e sarà per sempre il premio letterario più ambito.

Poi c’è una follia della normalità, quella di ciò che è lecito, come negli eccidi “tollerabili”, la spietatezza “convenzionale” di cui racconta in Nella musica del vento.

La follia delle persone “normali” è quella su cui si possono scrivere tante storie di ogni tipo. Purtroppo ne siamo circondati, ma ho sempre preferito raccontare storie in cui la realtà sfuma e si confonde con l’immaginario storico oppure onirico: non mi piace additare direttamente la colpa o il problema, preferisco navigare sui margini, non descrivere, ma suggerire, creare delle suggestioni. Il senso della violenza e della follia dei cacciatori di indios e soprattutto di chi li pagava per uccidere al fine di proteggere le loro “proprietà”, oppure gli assurdi e inutili accanimenti terapeutici reclusivi, gli elettroshock, il sezionamento anatomopatologico dei cervelli dei pazzi al fine di ritrovare le “rotelle che non funzionano” sono tutti elementi che fanno parte delle storie che scrivo, passaggi che i personaggi incontrano lungo il loro cammino, ma spero siano per i lettori isole di sosta, momenti di riflessione e approfondimento successivo lungo o dopo il racconto, non punti focali.

Hugo Pratt, il mio vero maestro di scrittura immaginifica, mi ha insegnato un concetto fondamentale: quando scrivi, divertiti seriamente; lui stesso ha scritto un libro fondamentale per comprendere il Pratt Uomo oltre la sua arte che s’intitola “Il desiderio di essere inutile”. Quanta bellezza e quanti significati profondi ci sono in quella ironica “inutilità”? Cosa c’è di più bello di viaggiare assimilando, comprendendo e cercando di cambiare sé stessi lungo la strada senza mai prendersi troppo sul serio, senza cercare di spiegare o sapere tutto fin nei minimi particolari, accettando i propri limiti, gli errori possibili? Robert Musil, in un romanzo molto importante dal titolo L’uomo senza qualità, esprime in poche parole e magnificamente questo concetto: Abbiamo conquistato la realtà, ma abbiamo perduto il sogno”. Grazie a Hugo Pratt e, devo dire senza sentirmi ridicolo, grazie a Corto Maltese, inteso come creatura immaginaria ma talmente simbolica da risultare quasi reale, posso dire che sognando lungo la strada ho capito molto meglio la realtà.

CREDITI FOTO: Niccolò Caranti|Wikimedia Commons

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