I morti a tavola

In questo racconto, pubblicato nel 2002, il protagonista ci accompagna per le strade della Berlino post caduta del Muro, percorrendo le quali ripercorre anche la sua storia d’amore con la moglie ormai morta.

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Da MicroMega 3/2002

«In altri tempi. Allora sì, che c’era gusto: il tuo Obiettivo ti camminava davanti, ignaro, tranquillo, se ne andava per i fatti suoi. E anche tu, apparentemente, te ne andavi per i fatti tuoi, ma niente affatto ignaro. (…) Ah, il Muro, che nostalgia del Muro. (…) Berlino è davvero cambiata». 

Per la Zé, che c’era 

C’était un temps déraisonnable, 

On avait mis les morts à table, 

On faisait des châteaux de sable, 

On prenait les loups pour des chiens. 

Louis Aragon 

Per prima cosa gli avrebbe detto che della nuova casa gli piaceva soprattutto la vista sulla Unter den Linden, perché questo lo faceva ancora sentire a casa.…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.