Le rappresentazioni della laicità

Due storici francesi a confronto esprimono sensibilità molto diverse sul rapporto tra libertà individuali e collettive, sul ruolo dello Stato nei confronti dei culti, sul rapporto con l’islam.

Valentine Zuber: Nei dibattiti sulla laicità, torna spesso l’idea che essa sarebbe una “eccezione francese”. Ma, a mio modo di vedere, partire da questa idea di “eccezione” non aiuta a comprendere la posta in gioco e i problemi che abbiamo di fronte. C’è una forma storica di laicizzazione dello Stato francese che, a partire dalla legge del 1905, si fonda su un modello giuridico separatista, con un buon numero di eccezioni che contraddicono questo modello (sovvenzioni di alcune istituzioni religiose da parte dello Stato, territori non assoggettati alla legge del 1905…).

Si dice a volte che la parola stessa “laicità” sia intraducibile: è proprio contro questa idea che insorgo, nella misura in cui penso che ci siano declinazioni di essa in tutte le lingue latine e che si traduca nelle altre lingue con parole equivalenti. La realtà che descrive è dunque una realtà condivisa ma solo negli Stati democratici che rispettano un certo numero di princìpi circa i diritti umani così come enunciati nella Dichiarazione universale del 1948. Precisiamo ulteriormente le cose. La laicità francese segue un modello separatista, vale a dire che tutto ciò che concerne il religioso è di competenza del dominio giuridico privato. Ciò non significa che il religioso non possa esprimersi liberamente nello spazio pubblico. Teoricamente, ciò significa che lo Stato rinuncia a intromettersi nelle questioni religiose e, viceversa, che una riserva, una sospensione del giudizio e di raccomandazioni è richiesta al religioso nel dominio della politica.

Dominique Avon: Il termine “laicità” è stato effettivamente tradotto, specialmente in lingua araba. Sta a significare una rottura rispetto a un modello plurisecolare, anche se, come nella lingua francese, le accezioni possono variare andando da una rigorosa separazione, con la libertà di coscienza (e non solo la libertà religiosa) come elemento fondante, a una concezione che raccomanda solo una gestione liberale dei culti. Questa variazione traduce l’ondeggiamento del senso. Non definisco il sistema statunitense come un modello laico, nel senso in cui noi l’intendiamo quando si parla della laicità francese. Non è d’altronde anodino se il termine non è tradotto in inglese. Il principio di separazione tra Stato e religioni vi è certo costituzionalizzato ma il riconoscimento ufficiale dei cittadini che si vogliono definire al di fuori di un riferimento religioso è recente. E ciò ha delle declinazioni concrete: nel 2014 la Corte suprema degli Stati Uniti ha autorizzato una società, in nome delle convinzioni religiose dei suoi dirigenti, a rifiutare ai propri impiegati la copertura assicurativa per alcuni contraccettivi. Nel contesto francese, questo tipo di rivendicazioni è inconcepibile: non si può far valere un argomento religioso per rifiutare un diritto comune. Sono d’accordo con Valentine Zuber nel ricordare che, nel quadro della laicità francese, è possibile praticare liberamente un culto ed esprimersi pubblicamente in quanto credente. Ci sono tuttavia delle forme di ingerenza a partire dal momento in cui, nell’espressione religiosa di quello o quell’altro gruppo, vengono rimesse in questione le fondamenta del regime stesso. Nel corso della Storia, lo Stato è intervenuto a più riprese. Di fatto, il quadro laico è anche l’affermazione del primato dell’autorità politica sull’autorità religiosa in caso di conflitto.

Zuber: A riguardo della differenza anglosassone circa il principio di laicità, non sono completamente d’accordo. Penso ci sia una differenza non di natura ma piuttosto nella maniera in cui gli obiettivi di questa laicità sono prospettati. Negli Stati Uniti si tratta di preservare la libertà religiosa degli individui e dei gruppi di fronte a uno Stato potenzialmente autoritario e liberticida. Da un punto di vista giuridico, la separazione è molto più antica, perché data al 1791; ed è molto più rigorosa perché non ci sono tutte le eccezioni del caso francese. La differenza è che in Francia lo Stato non si fida del religioso, mentre negli Stati Uniti sono le religioni a non fidarsi dello Stato. D’altronde, la non ingerenza è una finzione giuridica: tutto ciò che sta accadendo mostra che lo Stato francese non ha mai abbandonato il compito che si è dato di regolamentazione attraverso l’elaborazione di un controllo dei culti abbastanza stringente. Questa regolamentazione può diventare sempre più …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.