Cogne, o dell’origine della “nera” serializzata

L’interesse giornalistico per la “cronaca nera” e le relazioni pericolose tra il “mostro”, il sistema dei media e l’opinione pubblica. A venti anni dai fatti, come il delitto di Cogne ha cambiato per sempre il panorama informativo italiano.

Alert preventivo: bad news has always been, and will always be good news

“La cronaca nera è da sempre un fortunato genere giornalistico: le motivazioni di tale successo sono individuabili nella centralità delle infrazioni alle regole della vita quotidiana e nella funzione rassicuratoria svolta, poiché permette di condividere il racconto dell’indicibile – il crimine – e la sua ferma condanna collettiva. In tal modo, la cronaca nera ribadisce valori e priorità che consentono di ristabilire il senso di comunità e – soprattutto – il bisogno di continuità, necessario a ciascuno di noi per gestire l’ansia del futuro, tanto più incerto quanto più imprevedibile”.

Questa citazione, tratta da un articolo di Carlo Sorrentino per la rivista “il Mulino”, serve a fissare un concetto che dobbiamo tenere a mente, mentre ripercorriamo il modo in cui il delitto di Cogne ha cambiato per sempre il panorama informativo italiano. L’interesse per la “nera” è una costante della pratica giornalistica. I diversi tentativi di scomporre e analizzare il concetto stesso di “notiziabilità”, il modo in cui si divide ciò che fa notizia dal resto degli eventi che accadono nel mondo ogni giorno, non possono fare a meno di considerare il cosiddetto “human interest”. Si tratta della capacità di un fatto di chiamare in causa sensibilità culturali e umane, sensazioni, stati d’animo; in ultima analisi, di suscitare immedesimazione in chi legge, ascolta o guarda la notizia. La capacità di un fatto di aprire a sviluppi futuri è un altro elemento che certamente contribuisce a farlo “promuovere” al rango di notizia, e in questo sta il germe della “serializzazione” che come vedremo caratterizza il “caso Cogne”. Allo stesso modo, per avere un riscontro dell’interesse del pubblico nei confronti di questo genere, non occorre né guardare agli ascolti record dei talk show che hanno parlato di Cogne, né richiamare i fondamenti dello “yellow journalism” che ha segnato la diffusione a livello di massa dell’informazione statunitense investendo sul popolare e sul sensazionalistico. Basta ricordare, come fa Paolo Murialdi in un’intervista con Angelo Agostini, i tempi della libertà di stampa ritrovata, nel secondo dopoguerra, quando era uso comune dedicare cinque o sei colonne ai resoconti stenografici dei processi di qualche rilevanza.

Qualcosa, però, è cambiato. Cogne è uno snodo fondamentale di questo cambiamento. E in quanto tale, è un “caso” utile a comprendere come siano cambiati i meccanismi dell’informazione e il sistema-società entro il quale essi sono, o dovrebbero essere, incardinati.

Il mostro e la prima pagina: liaisons dangereuses

Tradizionalmente, due erano le preoccupazioni in termini di “distorsione” possibile nel racconto delle indagini delle forze dell’ordine e delle fasi del procedimento giudiziario in riferimento a un caso di “nera”. Da un lato, la possibilità per il sistema dell’informazione di adagiarsi sulle dichiarazioni ufficiali, forte della loro natura istituzionale; ciò avrebbe significato abdicare alla propria funzione di investigazione indipendente sui fatti – che non necessariamente implica una “competizione” per la scoperta della verità, in un modello ideale in cui media e giustizia cooperano per un medesimo fine. Dall’altro, le conseguenze della diffusione di notizie che, assegnando ad alcuni dei protagonisti del “caso” lo status di presunti colpevoli o anche di semplici indagati, rischiassero di attribuire loro un’immagine negativa difficilmente recuperabile, anche a fronte di una conclusione “pacifica” dell’iter g…

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