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L’Afghanistan senza speranza

“Non possiamo fare niente se non andarcene”. Dal crollo totale dell’apparato statale all’abolizione delle libertà civili, un anno dopo la presa del potere da parte dei talebani l’Afghanistan è un paese a pezzi dove nessuno riesce a raccogliere le macerie.

KABUL – “La peggiore catastrofe umanitaria al mondo”, “Milioni di bambini malnutriti”, “Nessun diritto per le donne e le minoranze”.
È trascorso un anno dalla presa dell’Afghanistan da parte dei talebani, e quello che si vede camminando per le strade di Kabul e del resto del paese, non ci racconta nulla di buono. Lo stesso vale per le cifre, statistiche che mettono in guardia ma che spesso non spiegano la disperazione di una madre che deve dire ai figli che la sera non si cena perché non c’è nulla, o di un uomo che non lavora da mesi perché oggi chi non è allineato con il nuovo governo talebano non lavora ed è stato sostituito da qualcun altro con probabilmente meno competenze, così come è avvenuto per tutti i ruoli che ricoprivano le donne, presi da qualcun altro.
E lo stesso vale per tutte le organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite che dicono incessantemente che questo paese va aiutato, che non ce la fa da solo. L’Afghanistan è un sistema completamente crollato, un esperimento occidentale andato male, dove gli americani pensavano che per portare la democrazia bastasse ordinarlo e metterci tanti soldi senza conoscere per nulla il posto dove si trovavano, basato su etnie, tradizioni, religioni, separato da usanze e montagne, dove neanche la gente si assomiglia perché gli spazi sono talmente grandi che si passa dagli occhi allungati degli hazara sciiti ai bruni pashtun con gli occhi verdi. Un paese che parla lingue diverse, che non si conforma, che ancora crede nelle antiche usanze, mentre lotta per sentirsi moderno sfoggiando telefonini di ultima generazione, ma dove si trovano solo auto usate.

Con l’arrivo dei talebani un anno fa, il paese si è in qualche modo uniformato nella sua tristezza. Per le strade più sicure perché i talebani non devono più attaccare gli americani e gli alleati della Nato, circola la paura come una malattia che contagia tutti. “Non possiamo fare niente se non andarcene”, è forse la frase più ricorrente in questi giorni di anniversario.
Per chi non è un talebano o non è vicino al movimento radicale, vivere in Afghanistan è diventata una sorta di punizione collettiva la cui unica speranza è quella di fuggire. Prima non era un paese perfetto, la corruzione era endemica, la guerra ha portato a quattro milioni di sfollati, il traffico di droga governava parte dell’establishment afgano, ma c’era la speranza che prima poi le cose cambiassero. Gli afgani sono andati a votare, senza spesso bene capire perché. Le donne si sono riversate nelle scuole e dalle solite professioni di maestra e dottoressa, hanno cominciato a penare che potessero essere altro, magari aprire un ristoran…

Marie Curie, donna e scienziata tra impegno e libertà

Novant’anni fa moriva Marie Curie, la più importante scienziata del Novecento. Nata in Polonia come Maria Salomea Skłodowska, assunse il nome di Marie Curie in seguito al suo trasferimento in Francia e al matrimonio con Pierre Curie, con cui condivise una straordinaria avventura umana e scientifica. Prima donna ad aver insegnato alla Sorbona e due volte premio Nobel, ha vissuto la sua vita con la convinzione dell’importanza della cultura quale fattore di miglioramento dell’individuo e della società.

Il Civil Rights Act compie sessant’anni: breve storia di un secolo di lotte

Il 2 luglio 1964 il presidente Lyndon B. Johnson firmava la legge che rendeva illegale la segregazione negli Stati Uniti. Ricordare questo evento non può che tradursi nel ripercorrere la storia del movimento per i diritti civili: dai tanti personaggi di spicco – come Martin Luther King, Rosa Parks, Angela Davis – alle persone i cui nomi sono rimasti nell’ombra ma il cui contributo è stato cruciale.

Enrico Berlinguer, conoscerne il pensiero oltre il mito depoliticizzato

Il santino propagandato da media mainstream e conosciuto dalle nuove generazioni è un Enrico Berlinguer dimezzato: ricordato per la sua capacità di creare empatia e connessione sentimentale con un “popolo della sinistra” oramai sempre più rarefatto, ma sostanzialmente depoliticizzato perché espunto da quella tradizione comunista alla quale Berlinguer si rifece, in modo innovativo e creativo, per tutta la sua esistenza, convinto che andasse cercata una via nuova al socialismo e al superamento dell’oppressione capitalistica sull’umanità e sul Pianeta.