Peter Thiel, ritratto di un capitalista militante

Peter Thiel è il più interessante tra i magnati della Silicon Valley, perché più di ogni altro impersona il capitalista ideologico. Statofobico ma assolutista. Libertariano ma dedito al controllo e alla sorveglianza. Omofobo e radicalmente misogino. La sua è la traiettoria del cinismo del Capitale, che pretende di sfidare la morte con il potere.

Non è ricco come Jeff Bezos, non è una star come Elon Musk, non è un’icona come Bill Gates. Eppure Peter Thiel è il più interessante tra i magnati della Silicon Valley, perché più di ogni altro impersona il nuovo capitalista, il capitalista ideologico. Un miliardario che non adopera la politica per fare soldi, ma usa i miliardi per fare politica. Non per nulla è l’uomo che vuole “emancipare i ricchi ‘dallo sfruttamento dei capitalisti da parte dei lavoratori’”.

È Peter Thiel (1967), tedesco di nascita, sudafricano di crescita, statunitense di adozione. Secondo Forbes, vale 4,2 miliardi di dollari. A differenza di altri miliardari, è laureato (bachelor of Arts) in filosofia ed è dottore in legge (Juris Doctor), un “filosofo-avvocato”. Nel suo scritto più impegnato (The Straussian Moment, 2004) in sole 30 pagine e con molta sfrontatezza – ma la sfacciataggine intellettuale è un vezzo che coltiva accuratamente –  traccia una Geistes Weltgeschichte, una breve “storia mondiale dello spirito”, alla luce dell’11 settembre, in cui usa autori come Oswald Spengler, Carl Schmitt, Leo Strauss, Pierre Manent, Roberto Calasso e nomina Machiavelli, Montaigne, Hobbes, Locke, Hegel, Marx, Nietzsche, Kojève.

D’altra parte fin dall’università, frequentata a Stanford, Thiel si è consacrato all’impudenza delle posizioni, abbracciando subito quelle più conservatrici (ammirava Ronald Reagan già al liceo): secondo il suo biografo Max Chafkin, già allora pensava che “i progressisti per bene avevano accettato i comunisti, ma i conservatori erano incapaci di associarsi con membri dell’estrema destra. ‘Lui davvero si augurava che la destra diventasse più simile alla sinistra’” (The Contrarian. Peter Thiel and Silicon Valley’s Pursuit of Power, Penguin 2021, p. 38).

Iscritto all’università più reazionaria tra quelle di massimo livello, subito si scagliò contro il sinistrismo a suo avviso dominante a Stanford e – con l’avvallo di un guru della destra conservatrice come Irving Kristol e il sostegno economico di un’associazione finanziata dalla fondazione Olin – co-fondò una rivista apertamente schierata, la Stanford Review, che fece subito campagna contro il multiculturalismo, contro il politically correct e contro l’omosessualità, anche se la sua redazione fu composta a lungo esclusivamente da soli maschi (e a tutt’oggi viene ricordata una sola redattrice donna che poi lavorò con la miliardaria ultraconservatrice Betty DeVos, quando costei era segretaria all’educazione nell’amministrazione Trump).

L’ostilità contro i gay spinse la rivista ad affermare che “la vera calamità era l’omofobia-fobia, cioè il timore di essere etichettati come omofobi… Mentre la posizione anti-gay avrebbe dovuto essere riqualificata come ‘miso-sodomia’– odio per il sesso anale – per puntare sulle ‘pratiche sessuali devianti’”. La rivista “difese persino un compagno di corso in legge, Keith Rabois, che decise di mettere alla prova i limiti della libertà di parola nel campus piazzandosi davanti alla residenza di un insegnante e gridando “Frocio (Faggot)! Frocio! Spero che tu muoia di Aids!” (The Economist del 4 giugno 2016). Keith Rabois sarebbe diventato uno dei più assidui soci in affari di Thiel.

Sempre contro il politically correct, Thiel cofirmò nel 1995 The Diversity Myth. Multiculturalism and the Politics of Intolerance at Stanford pubblicato da un think tank di destra, l’Independent Institute, grazie a una donazione di 40mila dollari della fondazione Olin (uno dei soggetti più importanti nel finanziare e organizzare la controffensiva neoliberista, come racconto nel mio Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli).

Ma già allora, da formidabile giocatore di scacchi (ha il titolo di Maestro a Vita), Thiel capiva che, se la lotta delle idee è decisiva, assolutamente necessario è assicurarsi i fondi per combatterla adeguatamente. Tanto che, a riprova dell’assoluta inutilità – a suo avviso – del curriculum accademico tradizionale, “si lamentava che solo un ex studente su quattro di Stanford fosse milionario” (Chafkin, p. 35). Perciò, dopo un breve e dimenticabile passaggio newyorkese nell’avvocatura, e un assaggio nel trading …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.