“Jurassic Park”, trent’anni fa la rivoluzione dei dinosauri

C’è un cinema prima e uno dopo "Jurassic Park". Vediamo, in sintesi, come e perché questo cruciale passaggio di tecniche e saperi, arti e mestieri, ingegneristica e creatività abbia segnato la storia del cinema – e forse non solo.
Jurassic Park

Nel proprio film autobiografico, The Fabelmans, uscito in Italia alcuni mesi fa, Steven Spielberg dichiara candidamente le proprie fonti cinematografiche di ispirazione. Il protagonista, al cinema, assiste alla proiezione de Il più grande spettacolo del mondo, 1952, rubicondo kolossal di Cecil DeMille, in particolare alla spettacolare sequenza dell’incidente ferroviario. Ne rimane talmente colpito, il ragazzo, che a casa, sul treno in miniatura montato in sala giochi, ripeterà all’infinito la turbinosa dinamica della scena. La prima fonte di ispirazione è pertanto questa, ossia la capacità di DeMille di infondere energia centrifuga alle immagini filmiche, che rompono lo schermo (si pensi anche al Mar Rosso che si spalanca ne I dieci comandamenti, 1956) e precipitano addosso allo spettatore, il quale ne rimane talmente colpito, che arrivato a casa afferra un modellino, piazza le rotaie e ripete la scena.

Alla fine di The Fabelmans, compare invece John Ford, interpretato da David Lynch, che impartisce al neofita regista una lezione sull’arte della composizione di un’inquadratura. È la seconda fonte di ispirazione, per il giovane Spielberg. Al contrario di De Mille, John Ford è il regista che immette spinta centripeta alle sue immagini: i cavalieri al galoppo immersi nel paesaggio pittorico della Monument Valley, nella luce del sole con i riflessi sulla sabbia e le formazioni rocciose cristalline, concentrano l’intensità visiva a un livello tale che per lo spettatore non c’è nient’altro da vedere, né al di là né al di qua di quelle stesse immagini.

Spielberg si pone così al centro di siffatta polarità dell’arte cinematografica, rappresentata dagli estremi di DeMille e Ford: l’immagine che esce fuori dallo schermo, DeMIlle, e l’immagine che cattura chi guarda all’interno dell’inquadratura, Ford.  È il cinema della fascinazione hollywoodiana, pertanto, a trionfare.

Il primo lungometraggio di Spielberg, Duel (1971), in cui, sulle strade rocciose e sabbiose d’America, un’automobile è braccata e minacciata da un tenebroso e oscuro autocarro, diventa ben presto un chiaro omaggio a John Ford, e al suo Ombre rosse (1939), dove la diligenza è sempre pericolosamente inseguita dagli indiani. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), terzo film di Spielberg, invece, dove il cielo notturno infine si squarcia perché l’astronave aliena scrosci addosso ai terrestri naso all’insù sulla cima della Torre del Diavolo, è la riproposizione esatta della sequenza de I dieci comandamenti di Cecil DeMille, in cui Mosè, sul picco del monte Sinai, assiste sgomento al cielo notturno che si illumina a giorno, mentre strisce di fuoco picchiano sulla parete rocciosa a scolpire le Tavole della Legge.

Anche George Lucas, amico e sodale …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.