L’alleanza tra islamisti e piccoli imprenditori a sostegno del partito di Erdoğan

L'AKP, il partito islamista di Erdogan, non è al potere da vent'anni semplicemente perché intercetta il generoso sentimento religioso del suo elettorato. La base di consenso di cui gode il partito va ricercata nell'alleanza tra l'Islam politico e i piccoli e medi imprenditori del settore manifatturiero. In questo saggio vediamo come tale alleanza si è saldata nel corso degli ultimi trent'anni.
islamisti

Dopo l’Iran, la Turchia ha il secondo governo islamista al mondo che si trova in carica da più tempo e senza interruzioni. Fino agli anni Ottanta, però, l’islamismo costituiva un movimento politico marginale nel Paese. Nonostante i partiti islamisti fossero presenti nelle elezioni degli anni Settanta, infatti, la loro base di consenso si è velocemente erosa, passando dall’8% nel 1973 al 4% nel 1984. Un contesto politico che dopo gli anni Ottanta cambiò drasticamente: gli islamisti si aggiudicarono le amministrazioni delle due maggiori città del Paese nel 1994 e arrivarono a controllare il governo nazionale nel 2002 con il Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP), ancora al potere.

Per quanto non si possa dare una risposta univoca alla questione del perché la sorte delle forze islamiste si sia ribaltata, di certo il sanguinoso colpo di Stato del 1980 giocò un ruolo importante. Allora la giunta militare rovesciò il governo civile, ratificò una nuova costituzione di stampo non-democratico e smantellò le politiche sviluppiste della Guerra Fredda, che avevano promosso un tipo di industrializzazione in cui i beni prodotti internamente andarono a sostituire le esportazioni. Il revivalismo islamico in Turchia coincise con l’allontanamento da una strategia industriale di sostituzione delle importazioni a una orientata verso l’esportazione. Infatti, la quantità di voti ottenuta dai maggiori partiti islamisti del periodo (il Partito del Benessere, Il Partito della Virtù e poi l’AKP) segue strettamente la curva produttiva del settore manifatturiero. Gli islamisti hanno portato avanti la strategia industriale orientata all’esportazione che era stata predisposta dalla giunta militare. Questo approccio condiviso allo sviluppo spiega parzialmente come mai il conflitto fra forze islamiste e secolariste (non-socialiste e della classe media) resti circoscritto a questioni non economiche quali le pratiche sartoriali, il consumo di bevande alcoliche e la storia del primo periodo repubblicano. Concentrarsi solo sulla spaccatura fra islamismo e secolarismo dunque porta a trascurare la connessione esistente fra tarda industrializzazione e revivalismo islamico nonché a enfatizzare eccessivamente le cause culturali e politiche della tensione fra islamisti e secolaristi.

Osservando quali sono i soggetti sociali alleati degli islamisti, si nota come fra i partner chiave di questi ultimi ci siano i proprietari delle piccole e medie imprese manifatturiere – i piccoli imprenditori. Gli anni Ottanta hanno visto un’esplosione del numero di piccole strutture manifatturiere. Queste imprese erano attive soprattutto presso le comunità della classe lavoratrice urbana e impiegavano meno di 50 persone. Stando alle cifre dell’Istituto di Statistica Turco (TUIK), fra il 1985 e il 2001 hanno aperto oltre 140mila stabilimenti di piccole dimensioni, soprattutto nel settore degli indumenti prefabbricati. Per mettere questo dato in prospettiva, basti pensare che nel 2019 in Turchia erano presenti grossomodo 400mila stabilimenti manifatturieri. Tali fabbriche ad alto tasso di sfruttamento (sweatshop) impiegavano milioni di persone di recente immigrazione dalle campagne alla città, che erano in larga parte all’oscuro di come prima del 1980 il contesto urbano e industriale fosse dominato dai sindac…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.