Vaticano e Terzo Reich, 90 anni fa il Reichskonkordat

Il 12 settembre 1933 Hitler firmava la legge di ratifica del Concordato tra Vaticano e Terzo Reich, che da parte della Chiesa cattolica fu fortemente promosso dal futuro Papa Pio XII. Un concordato in vigore ancora oggi e che esercita la sua influenza su alcune sfere della vita pubblica tedesca, come quella relativa ai contributi statali alle Chiese.
Vaticano e Terzo Reich

Di recente in Germania una donna ha perso il lavoro in un asilo nido; la motivazione dell’improvviso licenziamento è il fatto che la donna in questione avesse deciso di abbandonare l’Chiesa evangelica.[1] Questo tipo di licenziamenti non sono rari in Germania e sono possibili quando queste strutture sono gestite da enti ecclesiastici, anche se per lo più finanziati da fondi statali.

La Costituzione federale tedesca stabilisce che le comunità religiose gestiscano “in modo autonomo i propri interessi, nei limiti delle leggi generali” (art. 137 della Costituzione di Weimar incluso nella Costituzione attuale all’articolo 140). Tuttavia, nella realtà, ci sono molte disposizioni legislative che favoriscono le Chiese, consentendo loro di andare sostanzialmente oltre questi limiti. Ad esempio, l’articolo 9 della cosiddetta “Legge contro le discriminazioni” stabilisce che tale legge, che dovrebbe proteggere dalla discriminazione, non trova applicazione nel contesto degli enti ecclesiastici. Ciò rende possibili per questi ultimi licenziate un lavoratore a seguito dell’abbandono dalla Chiesa o per aperta manifestazione della propria omosessualità (cosiddette “violazioni della lealtà”), licenziamenti che se comminati da altri datori di lavoro sarebbero illegali in quanto discriminatori.

Il diritto costituzionale religioso tedesco non è codificato in un singolo corpo legislativo. Esso si insinua come una ragnatela attraverso molte leggi, contratti e accordi. Nodo fondamentale di questa ragnatela è un trattato firmato nel luglio 1933 fra il Terzo Reich di Hitler e il Vaticano, l’unico accordo internazionale risalente al periodo nazista ancora valido: il cosiddetto Reichskonkordat.

Il carattere giuridico degli “accordi tra Stato e Chiese” non è chiaramente definito. Vengono talvolta descritti come contratti sui generis (di tipo speciale), talaltra considerati alla stregua di trattati “di natura sovranazionale” (il che riflette la visione delle religioni secondo cui la legge religiosa è superiore alla legge laica). AI concordati con il Vaticano si attribuisce di norma un carattere analogo al diritto internazionale.

Nessun Concordato con Weimar

Dato che la Cost…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.