“Io, noi e Gaber”, Riccardo Milani racconta il genio libero di Giorgio Gaber

In “Io, noi e Gaber” Riccardo Milani, autore e regista del docufilm, interseca i due grandi soggetti che hanno guidato per tutta la vita: quell'io e quel noi intesi con rara onestà intellettuale e generosità d'animo, continua materia poetica e politica. Presentato il 22 ottobre in proiezione speciale alla 18esima Festa del Cinema di Roma, in occasione del ventennale della scomparsa del genio libero, e nelle sale cinematografiche di tutta Italia il 6-7-8 novembre.
Gaber Riccardo Milani

È il 4 aprile 1959: il Signor G. (Giorgio Gaberščik in arte Giorgio Gaber, Milano il 25 gennaio 1939 – Montemagno di Camaiore, 1° gennaio 2003) esce dal jukebox de Il Musichiere (celebre programma televisivo diretto da Antonello Falqui, in onda sul Programma Nazionale il sabato sera per 90 puntate, dal 7 dicembre 1957 al 7 maggio 1960); nasce in televisione e muove i primi passi al ritmo di un rock che oltrepassa lo schermo e le generazioni. Uomo onesto intellettualmente e artista coraggioso, le sue canzoni leggere ma altrettanto dure e pesanti, alternano rabbia, ironia e integrità, insegnando – ma senza la pretesa di istruire –  ad alzare la testa e a osservare il mondo, da ogni prospettiva, fino a trovare la propria, la prospettiva di Gaber. Riccardo Milani realizza, con il suo docufilm, una sintesi e testimonianza preziosa per chi lo conosce da ieri e per chi lo scopre oggi: il racconto è quello di chi lo ha conosciuto, amato o anche solo visto e ascoltato, passando da esponenti della musica, del teatro, della televisione, del giornalismo, fino alla politica, a riprova della sua risonanza sociale. Senza nascondere le controversie. Tante voci – quelle di Gianfranco Aiolfi, Massimo Bernardini, Pier Luigi Bersani, Claudio Bisio, Mario Capanna, Francesco Centorame, Lorenzo Jovanotti Cherubini, Ombretta Colli, Paolo Dal Bon, Fabio Fazio, Ivano Fossati, Dalia Gaberščik, Ricky Gianco, Gino e Michele, Guido Harari, Paolo Jannacci, Lorenzo Luporini, Roberto Luporini, Sandro Luporini, Mercedes Martini, Vincenzo Mollica, Gianni Morandi, Massimiliano Pani, Mogol, Michele Serra – diventano così una sola, confluendo in quella di Gaber e delineando un’unica narrazione ma plurisfaccettata.

Curioso di sapere, intellettuale promiscuo che non smette di interessarsi alla vita vera, fino all’ultimo, Giorgio Gaber entra nell’ambito popolare, sociale e politico della realtà, utilizzando generosamente, oltre alla voce, il corpo, senza averne mai paura. Che sia un fine o un mezzo, si serve della televisione e della potenza del tubo catodico per raggiungere una vasta popolarità; poi all’improvviso dice basta e abbandona il piccolo schermo: preferisce il calore del palcoscenico.

E allora su il sipario! In teatro non servono altro che una sedia e una chitarra, non c’è bisogno neppure di un’orchestra: Gaber è one man show, generoso nell’usare il corpo fino allo sfinimento, senza risultare mai ingombrante, egocentrico o sopra le righe. All’origine della performance c’è sempre il pensiero. Con l’idea, la parola diventa visibile grazie all’uso totale del gesto: il suo. Chi assiste a quegli spettacoli, ride; chi guarda il film, si commuove, consapevole dell’avanguardia del passato e dell’arretratezza del presente. Si partecipa insieme a una sorta di grande evento metateatralcinematografico. Sostanzioso catalizzatore e instancabile reagente, Gaber appare come corpo scenico e voce; ha il senso della musica, comunica e aggrega. Si esibisce per quello stesso senso comunitario per cui canta parole scomode, facendo politica, senza fare politica.

Eterne e sempre attuali, le sue canzoni sono evoluzioni a vista, tangibili, così come il suo concetto di libertà: Gaber interviene, lascia…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.