La Perla, il lavoro delle donne e la speculazione finanziaria

Dopo che gli eredi della storica fondatrice vendettero tutto un marchio di private equity, oggi lo storico marchio bolognese di corsetteria La Perla è in mano a una holding britannica che di fatto tiene l’impresa in stato di fallimento non dichiarato. Le lavoratrici, passate nel tempo da 1400 a 330, non vedono più lo stipendio da mesi, e sono in lotta per salvare il lavoro e la dignità della loro storia: molte sono in azienda da quasi 40 anni, una vita da sarte iniziata che non erano ancora neanche maggiorenni e portata avanti con soddisfazione, finché la finanza non si è mangiata tutto.
La Perla

Questa è una storia che affonda le radici nel secolo scorso. E, come recitano le magliette che le lavoratrici in presidio davanti all’azienda indossano da mesi, rappresenta il passato, il presente e il futuro di un marchio, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo: il marchio La Perla. Fondato a Bologna nel 1954 dalla sarta e ricamatrice Ada Masotti, per tutti forbici d’oro, il piccolo laboratorio di confezione diventò in pochi anni il più grande impero internazionale dell’intimo di lusso. Una dinastia che all’apice del suo successo contava ben 1.400 dipendenti, per il 90% donne. E che ora, dopo decenni di crisi e perdite accumulate per quasi 400 milioni di euro, rischia di sparire, sotto i colpi di una speculazione finanziaria; la quale, in un Paese che ha precipitevolissimevolmente intrapreso la strada della svendita dei gioielli di famiglia, era stata inizialmente confusa per una rinascita. 

In mano al finanziere tedesco Lars Windhorst, che dal 2018 lo controlla tramite il fondo londinese Tennor, il colosso della corsetteria di alta gamma conta oggi un migliaio di addette in tutto il mondo. In Europa sono qualche centinaio tra organico della casa madre di Londra, un sito in Portogallo, rete retail (le commesse) e la storica sede di Bologna, dove sono rimaste in 330 operaie circa. “La Perla ha iniziato a navigare in cattive acque negli anni Novanta – riavvolge il nastro Lorena Linari, una delle lavoratrici più battagliere –. Il punto di non ritorno è stato il 9 febbraio 1992: la signora Ada morì e noi iniziammo a temere per il nostro futuro. Pochi anni dopo ci fu la prima ristrutturazione, decisa dal figlio Alberto: erano soprattutto incentivi alla pensione per le colleghe più anziane e non ci fu alcun dramma ma, a guardarla a ritroso, fu quello l’inizio della fine”. Gli anni Duemila diedero avvio alle danze della speculazione: quella che era una grande impresa a conduzione familiare iniziò a far gola alla finanza. Era il 2008 quando i Masotti (insieme all’erede della fondatrice, c’erano la moglie Olga Cantelli e la figlia Anna) cedettero gruppo e marchio alla società di private equity di San Francisco Jh Partners del finanziere John Hansen che, dopo una gestione quasi tutta in perdita, la vendette all’asta. Ad acquisirla per quasi 70 milioni di euro, facendola tornare di fatto italiana, fu nel 2013 il fondatore di Fastweb Silvio Scaglia. 

Tramite la holding Pacific Global Management, Scaglia rilanciò la produzione e inaugurò l’era delle creazioni su misura, riposizionando il marchio sul mercato. Nel 2015 la nuova collezione ebbe una grande vetrina addirittura alla Couture Fashion Week di Parigi. È a Scaglia che si deve la cessione, nel 2018, dell’100% delle quote al fondo finanziario Sapinda Holding, che poi ha cambiato la sua denominazione in Tennor, di proprietà dell’attuale presidente Windhorst. 

Windhorst non possiede solo La Perla. In Germania, per esempio, controlla diversi cantieri navali, anch’essi in difficoltà finanziarie, e fino a qualche mese fa era il maggior azionista della squadra di calcio Hertha Berlino, militante in Bundesliga. “Windhorst? Lo abbiamo visto di persona solo una volta – informa Luigi Lodi,  uno dei pochi uomini in organico – ed è a lui che si deve il grande pasticcio appena scoppiato a Londra, città dove è depositato il marchio e da cui i manager del gruppo gestiscono anche…

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