L’ultima colonia dell’Africa: il Sahara Occidentale è ancora occupato dal Marocco

Il Sahara Occidentale viene spesso definito “l’ultima colonia africana”. Un territorio occupato dal Marocco che reprime sistematicamente il popolo saharawi, la cui causa è misconosciuta in seguito alla disinformazione e al silenziamento sistematico. Proprio per far luce sulla condizione dei saharawi i due attivisti Sanna Ghotbi e Benjamin Ladraa sono impegnati da oltre due anni nella campagna Bike4WesternSahara, viaggiando sulle loro bici con l’obiettivo di attraversare 40 Paesi sensibilizzandone società civile e istituzioni.

Quando sono venuto in Italia per la prima volta ricordo di essere stato insieme agli altri bambini mezz’ora nel silenzio, uno affianco all’altro, a contemplare questa cosa, il mare. Che poi, il mare ce l’avremmo nel nostro Paese, ma non ci siamo potuti andare”, ricorda Sid Ahmed Bachir, 43 anni, cittadino saharawi in Italia da più di 30 anni. Nonostante il suo Paese, il Sahara Occidentale, affacci sull’Oceano Atlantico, Sid Ahmed – e come lui molti tra i saharawi nati e cresciuti nei campi profughi in Algeria – ha visto per la prima volta il mare in un Paese che non è il suo.

Il Sahara Occidentale, spesso definito “l’ultima colonia africana”, è un territorio ancora oggi conteso e occupato dal regime marocchino e la sovranità di quest’ultimo è riconosciuta solo da Israele e Usa. Nonostante i 16 anni di guerra seguiti all’invasione del territorio e l’esodo di migliaia di saharawi verso il deserto dell’Hammada in territorio algerino, uno dei posti più inospitali del pianeta, la questione difficilmente entra nel dibattito pubblico. A ciò si aggiunge lo stato di repressione oggi, fatto di violenze e arresti arbitrari, a cui i saharawi rimasti nel Sahara Occidentale sono costretti ogni giorno per via dell’occupazione di Rabat. 

“Nei territori occupati – infatti – si vive con la paura e con lunghi silenzi per evitare la galera e addirittura l’uccisione”, spiega Silvana Grippi, fotoreporter ed autrice di numerosi libri, tra cui Identità Sahrawi, il senso del vivere. Dopo l’ultimo ingresso nel territorio nel 2016, ora Grippi non può più entrare. E anche dall’Italia, dove vive, continua a ricevere intimidazioni dal regime marocchino: “Hanno cominciato a minacciarmi, a mandare mail e a offrirmi addirittura viaggi per provarmi come si vive bene in Marocco”. La sua colpa? Mostrare a cosa è costretto il popolo saharawi. Ma come si è arrivati a questo stato dell’arte? Facciamo un passo indietro.

Di colonizzatore in colonizzatore

Il Sahara Occidentale, o ex-Sahara spagnolo, ha attirato già dal XV secolo gli interessi della potenza europea, che dalla costruzione di piccoli insediamenti fortificati lungo la ricchissima costa ha poi esteso la propria influenza anche all’interno del territorio, nella prima metà del Novecento. Il dominio spagnolo rimase più o meno solido fino al dicembre del 1965, quando l’Assemblea Generale adottò la sua prima Risoluzione sulla questione del Sahara Occidentale, richiedendo la liberazione del territorio dalla dominazione coloniale e affermando il diritto inalienabile del popolo saharawi all’autodeterminazione, da esercitarsi tramite referendum. Nonostante la Spagna annunciò l’intenzione di concedere il referendum entro la prima metà del 1975, organizzando a tal fine il censimento della popolazione saharawi autoctona, questo fu ostacolato e poi impossibilitato dalle continue pretese del Marocco, e inizialmente anche della Mauritania, su ciò che veniva considerata la parte meridionale del Paese maghrebino. “Dovrebbero poter votare e scegliere se avere un Paese indipendente o se desiderano far parte del Marocco. Quella scelta è stata loro rubata”, spiegano gli attivisti svedesi Benjamin Ladraa e Sanna Ghotbi, membri fondatori dell’associazione Solidarity Rising e attivisti per i diritti saharawi. Infatti, non considerando i due pareri negativi dell’ottobre 1975 della Corte di Giustizia Internazionale, che negavano la legittimità delle pretese di sovranità territoriale del Regno del Marocco sul Sahara occidentale, Re Hassan invitò il popolo marocchino a mobilitarsi per riprendere il territorio sottratto, disponendo lungo il confine con il Sahara Occidentale migliaia di soldati e annunciando per il 6 novembre una marcia “pacifica” di 350mila civili. In altre parole, una marcia patriottica per acquisire il controllo sul Sahara marocchino. Con l’arrivo dei coloni e il ritiro della Spagna, iniziò l’occupazione e la conseguente guerra, che fino al cessate il fuoco imposto dalle Nazioni Unite nel 1991 vide contrapporsi il Fronte Polisario, organizzazione militante e movimento politico indipendentista saharawi supportato dall’Algeria, e l’esercito marocchino, con al suo fianco Stati Uniti e Francia. La principale conseguenza di questa guerra fu che migliaia di saharawi furono costretti sotto le bombe a lasciare la propria terra, rifugiandosi in Algeria.  

L’ultima escalation: la guerra del 2020

Dopo una lunga tregua durata tre decenni e garantita dal dispiegamento nell’area degli osservatori militari della MINURSO, Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, istituita nel 1991, l’escalation più recente del conflitto risale a poco meno di 4 anni fa, al novembre 2020.

La violazione del cessate il fuoco da parte marocchina nella zona cuscinetto di El Guerguerat, fondamentale snodo commerciale bloccato da settimane da manifestanti civili saharawi, ha portato ad una risposta armata del Polisario e alla ripresa delle ostilità. “Ci sono cinque chilometri che per le Nazioni Unite non devono essere né dei saharawi né dei marocchini fino alla soluzione del problema. E invece attualmente i marocchini utilizzano questa parte di territorio come mezzo di passaggio verso la Mauritania per il commercio. Quindi è una violazione a nostro avviso del patto del 1991”, spiega Sid Ahmed. Fatima Mahfoud, rappresentante del Fronte Polisario in Italia, aggiunge che “la guerra del 2020 ha avuto un impatto devastante sulla popolazione saharawi, soprattutto su coloro che in 30 anni di cessate il fuoco avevano iniziato a ripopolare le zone dei territori liberati”. Queste persone hanno dovuto abbandonare le loro case e subire così un secondo esilio”. Quasi 6mila saharawi così hanno raggiunto gli oltre 200mila che stavano già nei campi profughi in Algeria.

La mano marocchina che tiene sotto scacco la popolazione saharawi in quel perimetro, riconosciuto dalle Nazioni Unite come territorio liberato sotto il controllo del Fronte Polisario e rappresentante il 20% del Sahara Occidentale, ha un carattere di conflitto diverso rispetto ai bombardamenti che siamo abituati ad immaginare pensando alla parola “guerra”. “Non è una guerra come ai vecchi tempi con un alto numero di morti, ma più strategica, con bombardamenti a infrastrutture. Se ti ribelli ti bruciano il villaggio”. Un tentativo di contenimento mai troppo armato per guadagnarsi il consenso occidentale, ma che vede una strategia di controllo capace di tenere al guinzaglio un intero popolo. Questa è una delle ragioni che tengono la questione Marocco-Sahara Occidentale fuori dai riflettori mediatici, puntati solo sui conflitti con escalation bellica più alta.

Secondo le autorità saharawi, gli attacchi del Marocco insieme alle restrizioni nei movimenti e alla chiusura delle frontiere dovute alla pandemia hanno aggravato ulteriormente le già precarie condizioni dei rifugiati saharawi nei campi profughi, dipendenti per la maggior parte dagli aiuti internazionali.

Ad aggravarsi dalla ripresa delle ostilità è anche la situazione nei territori occupati dove, come riportato da Amnesty International, le autorità hanno intensificato la repressione mirata degli attivisti e civili saharawi pro-indipendenza attraverso abusi, detenzioni arbitrarie, accuse falsificate e vessazioni nel tentativo di metterli a tacere o punirli per il loro attivismo pacifico.

La colonia

Fatima sottolinea che “chi vive dentro il territorio vede ogni giorno la colonizzazione. I figli vedono i propri genitori essere repressi, le risorse naturali espropriate e non hanno possibilità lavorative. Con l’occupazione spagnola i saharawi erano cittadini, con l’arrivo della monarchia sono diventati sudditi di sua maestà, sudditi di terza classe”. Nonostante la ricchezza del loro territorio, i saharawi sono sempre più poveri, soffrono una disoccupazione in aumento e gli studenti non hanno prospettive lavorative. “Il Paese è stato investito da un processo di trasformazione socio-economica tanto veloce quanto contraddittorio, che ha eroso in modo sostanziale e irreversibile un intero tessuto culturale e ambientale”, spiega Grippi. I lavori svolti nel 2014 dall’“All-Party Parliamentary Group on Western Sahara”, un gruppo parlamentare britannico, concludono che tutta la pesca in alto mare viene effettuata da pescherecci a strascico di proprietà marocchina con una bassa percentuale (5%) di lavoratori saharawi impiegati nel settore e lasciando pochissimo spazio alla pesca tradizionale costiera. Lo stesso vale per l’industria del fosfato, di cui il Sahara Occidentale è ricchissimo: anch’essa di proprietà per lo più marocchina, che vede solo il 21% dei lavoratori saharawi e con incarichi bassi. “Alla popolazione indigena si è poi affiancata la presenza di militari, coloni marocchini, visitatori e turisti. Non esiste convivenza, solo sfruttamento delle risorse. Si sputano in terra quando si vedono – aggiunge la fotoreporter – i saharawi preferiscono auto-relegarsi in quartieri chiusi e marginali, esprimendo con questa scelta il rifiuto di accettare l’autorità del governo occupante”. Sono esclusi dalla vita politica, a meno che non si mostrino fedeli al re e contrari alle istanze indipendentiste, e lamentano di subire un processo di ”marocchizzazione”, avendo i coloni marocchini superato in numero i nativi saharawi, ed avendo i primi il controllo sull’economia locale e le istituzioni politiche. 

Il Sahara Occidentale è attraversato da nord a sud dalla più grande barriera militare funzionale del mondo, che garantisce al Marocco il controllo dell’80% del territorio. I marocchini lo chiamano “Berm”, per i saharawi invece è il “muro della vergogna”. Ad est del muro ci sono i Territori Liberati, controllati dal Polisario. Fatima spiega che “tra i campi e i territori occupati ci sono 2700 km di muro minato. Dai 7 alle 10 milioni di mine secondo Mine Action. È una zona di guerra. Si può passare dalla Mauritania, il Marocco filtra in base al richiedente”.

“ll costo per il Marocco è di cinque milioni di dollari al giorno di contenimento, il che significa che ogni dieci giorni tu stai spendendo cinquanta milioni di dollari e centocinquanta milioni all’anno – spiega Sid Ahmed: parliamo di cento, duecento mila euro a missile”. Dei costi enormi per un Paese che basa la sua economia sull’agricoltura e il turismo. Il guadagno da questo ingente investimento risiede infatti nello sfruttamento delle risorse del Sahara Occidentale, il primo posto di produzione al mondo di fosfati, con la miniera di Bou Craa, oltre che una delle coste più pescose dell’Africa adiacenti all’Europa. Aspetto già noto dal tempo degli Accordi di Madrid, al cui interno una clausola segreta consegnava nelle mani degli spagnoli una partecipazione del 35% nella produzione di fosfati e diritti di pesca.

I campi profughi in Algeria: un rifugio ormai consolidato

A fronte di questi processi di colonizzazione, la popolazione saharawi ha trovato infatti rifugio nella vicina Algeria, nell’estremo sud-ovest presso la provincia di Tindouf, dove ancora oggi dopo 49 anni di attesa di un referendum vivono in campi profughi sempre più organizzati ma dipendenti per la maggior parte dagli aiuti internazionali. L’alleanza tra il Fronte Polisario e Algeri si è rivelata decisiva: “È una forte difesa perché ha aperto le porte durante il genocidio tentato dal Marocco nel ‘75. Bombardavano con il gas napalm e avvelenavano tutti i pozzi”, spiega Sid Ahmed.

È venuto in Italia da bambino grazie al progetto di solidarietà “Piccoli Ambasciatori di Pace” e ricorda che “quando ci siamo svegliati al mattino al terzo piano di un castello e fino al giorno prima hai sempre vissuto a raso terra, guardavamo da un punto di vista nuovo. Nei campi il massimo di altezza è di tre metri”. La maggior parte delle tende tipiche saharawi, le jaimas, e quelle dei primi soccorsi umanitari, con il passare del tempo sono state sostituite da abitazioni costruite con mattoni di terra e sabbia, a volte rivestite di cemento. Infatti, dopo 49 anni la presenza della popolazione saharawi in Algeria si è solidificata e i campi profughi prendono sempre più le forme di piccole città, con scuole, ospedali, case delle donne, centri per disabili, distributori di benzina. Nonostante siano stati pensati come provvisori. Fatima sottolinea che “costruire delle case più solide non è segnale di rinuncia e stabilizzazione in Algeria, ma dato dal contesto molto ostile dal punto di vista climatico, sia per la siccità, e per le alluvioni. I saharawi non rinunciano alla propria terra”. Anche le strutture amministrative del Polisario si trovano nei campi: “Il nostro governo è solo in esilio”, specifica Sid Ahmed. “L’economia dei campi è stabile, riceviamo abbastanza aiuti umanitari, ma è fondamentale il contributo di chi come me riesce a mandare qualcosa giù”, come Sid Ahmed molti saharawi – secondo Ispi 10mila – vivono tra lunghi periodi in Europa e i campi con il fine di mandare delle rimesse alle famiglie.

Un’occupazione che si regge sulla disinformazione e il silenziamento sistematico

In Marocco ci sono tre tabù, di cui è praticamente illegale parlare: il re, l’Islam e il Sahara Occidentale. È possibile mantenere infatti uno status quo di occupazione nel Sahara Occidentale grazie ad una strategia di attiva rimozione del tema da qualsiasi spazio d’informazione. Parlando con la maggior parte delle persone in Marocco è facile riscontrare che o non si sa quasi nulla a riguardo, oppure si crede sia “solo una questione politica tra Marocco e Algeria”. Gran parte dell’opinione pubblica sostiene, in accordo con la linea governativa, che sia l’Algeria ad avere obiettivi territoriali nel Sahara Occidentale. Le poche persone che tentano di affrontare il tema sono in carcere o silenziate.

Questo si traduce nel fatto che ogni persona che si avvicina ai territori occupati ed è sospetta viene allontanata. “C’è una lista lunghissima di persone che sono state espulse e non possono entrare nel territorio saharawi senza che il regime acconsenta, da deputati europei, a giornalisti, attivisti, difensori diritti umani, spiega Fatima. Grippi racconta: “La prima volta in cui sono andata ci seguivano ovunque. Quando ho poi fatto una foto, senza sapere che le tende sullo sfondo fossero un obiettivo militare sensibile, la polizia ci ha rincorso e arrestato”. Anche Benjamin è riuscito a entrare nei territori occupati fingendosi un turista, ma il sospetto marocchino è persistito durante tutta la sua permanenza, al punto di essere seguito dai soldati in ogni spostamento che faceva. “La loro strategia è mantenere questa occupazione completamente nascosta e silenziosa. Ecco perché non permettono ai giornalisti di entrare. Ecco perché non permettono alle organizzazioni per i diritti umani di svolgere attività. Non permettono neanche alla missione delle Nazioni Unite di avere un mandato sui diritti umani, viene sempre bloccato dai loro alleati nel Consiglio di Sicurezza, Francia e Stati Uniti. Non gradiscono che questa storia venga portata alla luce, quando ne parliamo diventano nervosi perché se il mondo sapesse quello che stanno facendo, sarebbe contro”.

Il Ministero della Comunicazione marocchino ha arruolato oltre 5mila giovani difensori della questione del Sahara online, che seguiranno hashtag e profili con il fine di difendere la posizione della nazione sul Sahara Occidentale. In altre parole, eliminare ogni forma di dissenso, anche sui social. Benjamin commenta che “tanti contenuti online sono già silenziati, con questo nuovo programma la cosa sarà ancora più strutturata e anche il nostro profilo potrebbe essere chiuso. Questo comportamento e le minacce mostrano quanto siano impauriti”.

L’argomento è scottante anche al di fuori dei confini marocchini. “La casa di un amico di mio padre in cui alloggiavamo durante il nostro viaggio è stata circondata dalla polizia, con in mano un mandato d’arresto – racconta Sanna della loro esperienza in Indonesia, un Paese con cui il Marocco condivide la fede islamica – poi ci hanno negato il rinnovo del visto e forzato a lasciare il Paese”. Infatti per gettare luce e sensibilizzare sulla causa saharawi i due attivisti sono impegnati da oltre due anni nella campagna Bike4WesternSahara, viaggiando sulle loro bici con l’obiettivo di attraversare 40 Paesi e percorrere circa 48mila chilometri, per incontrare la società civile, i rappresentanti politici e la stampa. “La bici è un mezzo per attirare l’attenzione, le persone si incuriosiscono. Inoltre ci permette di arrivare anche in luoghi come piccoli villaggi e ci permette di avvicinarci alle persone più facilmente”, dice Sanna.

MINURSO, il piano quasi-fallito delle Nazioni Unite

La MINURSO può essere considerata una frozen mission in quanto il suo successo si è limitato al mantenimento del cessate il fuoco, per 30 anni, ma non è stata in grado di spingere le parti ad un processo di negoziazione diretta né di implementare pienamente gli altri aspetti del suo mandato, che avrebbero dovuto portare in un tempo ragionevole allo svolgimento del referendum. Dice Fatima: “I risultati che ha portato la MINURSO sono deludenti. Non possiamo buttare all’aria 30 anni di cessate il fuoco, ma un’intera generazione aveva depositato grandi aspettative nell’operato delle Nazioni Unite. È un problema di volontà politica”. Ciò fu dovuto agli ostacoli posti dal Marocco e alla totale mancanza di collaborazione con i funzionari ONU, che anzi sono soggetti a costante sorveglianza da parte del regime, con la complicità di Francia e Russia. Tra gli altri aspetti che hanno reso la MINURSO debole, vi è sicuramente la mancata estensione del suo mandato alla tutela dei civili e alla protezione e promozione dei diritti umani, un unicum nell’ambito delle missioni di pace ONU. “Nei territori occupati la MINURSO ha avuto un potere limitato, non d’intervento ma solo di osservatore, ha sorvegliato sul rispetto del cessate il fuoco. Ma non ha aiutato la popolazione anche quando ci sono stati episodi di repressione”, spiega Grippi.

Le responsabilità occidentali

L’Occidente è tutt’altro che estraneo alla questione, a diversi livelli, storici, geopolitici ed economici. Ci sono tre grandi compagnie al momento che investono nel Sahara Occidentale e la più grande è l’italiana Enel con progetti di pannelli solari e pale eoliche. Nonostante sia un territorio occupato, il governo italiano fornisce dei sussidi. Anche a livello di industria ittica il partenariato tra Europa e Marocco del 2019 comprende le coste del Sahara Occidentale, dove dunque sono pescatori spagnoli, o francesi, a fare profitto su quei mari.

L’Europa in ogni modo sta tentando di allontanarsi dal territorio in quanto sa di essere sanzionabile, lasciando spazio a investimenti cinesi e indiani. “Tutte le aziende europee che lavorano lì senza patteggiare con i saharawi sono sanzionabili e ne abbiamo già fatte sanzionare diverse”, spiega Sid Ahmed. “Quando nel 2016 siamo riusciti finalmente a vincere la questione (in cui la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che l’Accordo tra Unione Europea e Marocco sulla liberalizzazione di prodotti agricoli e della pesca non si applicava al territorio del Sahara Occidentale) sottolineando all’Europa che si stava comprando prodotti di un territorio che è conteso in seno alle Nazioni Unite e che loro stessi, vista la sentenza, riconoscevano come tale, si sono tirati indietro”.

Le responsabilità occidentali si misurano non solo nella negligenza di fronte all’informazione sul conflitto e la sua risoluzione, ma anche in base alle forme di aiuto messe in atto a fronte della situazione. A livello di società civile, per esempio, sono centinaia i programmi attivi in Italia per aiutare la popolazione saharawi. Ma la politica può influire in questi aiuti a distanza, incoraggiandoli od ostacolandoli. “Già prima erano diminuiti con la pandemia, e con la vittoria dei partiti di destra in Italia si sono fatti un po’ meno avanti certi programmi”, spiega Sid Ahmed. Sono almeno dieci i gemellaggi non rinnovati.

Nonostante continui a commettere gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani ed è regolarmente incluso nella relazione annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sulle rappresaglie e intimidazioni, come sottolineano anche Amnesty International e Human Rights Watch, il Marocco è stato eletto presidente del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite per il 2024. L’Occidente deve fare di più per l’autodeterminazione dei saharawi. Nonostante ancora oggi non vi siano prospettive politiche realistiche per l’autodeterminazione, il popolo saharawi, sempre più solo, continua la sua lotta contro l’occupazione coloniale per un Sahara Occidentale libero ed indipendente.

CREDITI FOTO: Serena Celeste e Sara Rossi

Nota della redazione: l’articolo è pubblicato dietro pseudonimo per tutelare la sicurezza delle persone che hanno realizzato il reportage.

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