L’avvocato di panna montata e meringhe

20 anni fa moriva Gianni Agnelli, il cui status fu sempre strettamente connesso al ruolo di regnante sull’impero automobilistico Fiat. Oggetto di particolari riguardi da parte di Stato e Politica come attore iconico del potere economico nazionale. Un regno i cui confini il suddetto monarca ha sempre presidiato con estrema attenzione e cinismo praticati con modi apparentemente distaccati e – dunque - blasé.

«E Gianni Agnelli? Fa terribili scherzi ai suoi imitatori,
come l’editore Dino Fabbri,
cui suggerisce di mettere nella sua
Rolls-Royce due poltrone Louis XV al posto dei normali sedili».[1]
Natalia Aspesi

«La cativa lavandera a treuva mai la bon-a pèra».[2]
Fruttero & Lucentini

Torino di corte
Se il bennato genovese vestiva la flanella fumo di Londra del gentleman, in sintonia con l’ethos aristocratico del luogo, e il pari grado milanese adottava il democratico spezzato sportivo, che fa divisa da ceto emergente, l’upper class sabauda ha sempre prediletto il gessato, magari nella versione “millerighe” altrimenti detta “diplomatica”, abito delle istituzioni perfetto nella vita di corte. In una città intimamente monarchica. Quella Torino passata nel novecento dalla dinastia reale dei Savoia a quella industriale degli Agnelli, con tutto il seguito di cortigianerie e pettegolezzi propri della vita curtense. Assetto urbano incarnato, dal secondo dopoguerra, nella figura canonica e seduttiva del capofamiglia di terza generazione: Giovanni Agnelli detto Gianni o “l’Avvocato”, non si sa bene perché, visto che non si era mai sottoposto all’esame abilitativo né – tantomeno – esercitò la professione. Il cui status fu sempre strettamente connesso al ruolo di regnante sull’impero automobilistico Fiat, creato dall’omonimo nonno Giovanni e asceso al rango incontrastato di prima industria privata italiana. Oggetto di particolari riguardi da parte di Stato e Politica come attore iconico del potere economico nazionale.

Un regno i cui confini il suddetto monarca ha sempre presidiato con estrema attenzione e cinismo, in quanto condizione irrinunciabile di preminenza, praticati con modi apparentemente distaccati e – dunque – blasé. Il blasé – la cui essenza, spiega Georg Simmel, ”consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze fra le cose, […] nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti”[3] – quale tratto primario di una vera e propria mitologia del personaggio. Quel “falso e cortese” dello stereotipo iconografico torinese, molto utile per azzerare il sentore non propriamente di bucato delle origini aziendali. Per esempio quando – scrive il giornalista Massimo Mucchetti – ”tra il 1908 e il 1912 Giovanni Agnelli I subì un processo per aggiotaggio e truffa condotta dalla Questura di Torino, dopo la strana liquidazione della Fiat e la sua ricostituzi…

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