50 anni di The Dark Side of the Moon: il lato oscuro del rock

Il 1° marzo 1973 usciva negli USA - e qualche settimana dopo in Gran Bretagna - The Dark Side of the Moon, l'album dei Pink Floyd che segnò un evento epico nella storia del rock. Frutto del genio di personalità uniche e opposte fra loro che ancora oggi non mancano di consegnarci contrasti profondi e serrati.

Di band implose nella storia del rock – o forse sarebbe meglio dire esplose – ce ne sono state in quantità industriale, a contarle tutte si giunge a dimostrare scientificamente, ed in maniera incontrovertibile, l’ineluttabilità dello scontro finale. La querelle Lennon-McCartney sul reciproco disconoscimento della paternità della fine dei Beatles se ne fa archetipo illustrativo, esperimento guida. Ma certo i diverbi furibondi tra David Gilmour e Roger Waters hanno raggiunto negli ultimi tempi temperature record, probabilmente mai registrate nemmeno in tempi di eventi meteo estremi, di cambi climatici repentini. Roba da prime pagine, non foss’altro perché fama e caratura dei due non paiono confrontabili a quelle d’altri che, al limite, si azzuffano nel backstage d’un concerto andato così così, sotto l’obiettivo attento di qualche paparazzo. Braccio e mente dei Pink Floyd (chi ricopra il ruolo dell’uno e chi dell’altro è uno dei tanti oggetti del contendere) pare cerchino ogni pretesto per dividersi, e di recente lo scontro ha acquistato un sapore di rancori ancestrali, autoalimentati sino alla deflagrazione definitiva. Si sono ritrovati financo su opposti schieramenti di guerra, l’uno, Gilmour, ha imbracciato la chitarra a Kiev per suonare in solidarietà per l’Ucraina aggredita, l’altro, Waters, è intervenuto, quale inatteso ambasciatore di proposte di pace, all’Assemblea delle Nazioni Unite in quota Russia di Putin. Persino la moglie di Gilmour, Polly Samson, giornalista e scrittrice, entra nella bagarre sparando colpi di obice ad alzo uomo via Twitter sull’ex socio del marito (che avalla con un like, a scanso di equivoci, pure rilancia con un “è tutto vero”), definendolo “megalomane bugiardo, ladro, ipocrita, misogino, malato di invidia, che non paga le tasse e canta in playback”, come dire metà bastava. Waters, dal canto suo, non lesina commenti al vetriolo contro gli altri membri storici della band, – persino si riferisce al presente all’ei fu Richard Wright – “…non sono capaci di scrivere canzoni, non hanno niente da dire. Non sono artisti! (…) Non hanno idee, neanche una tra tutti e due. Non ne hanno mai avute, e questo li fa impazzire”. Il fatto che nemmeno nomini Nick Mason, batteria storica della band, membro fondatore, la dice lunga su cosa pensi del suo quarto ex socio. Si rammarica per il clamoroso errore d’aver registrato quel capolavoro assoluto che fu The Wall coi Floyd, quando invece avrebbe potuto farselo tutto da solo, del resto – dice – quella era esclusiva farina del suo sacco. Si spinge oltre, ancora più indietro nel tempo, rivendicando la paternità assoluta del disco che ha battuto ogni record di permanenza nelle classifiche degli album più venduti, quel The Dark Side of The Moon che, a distanza di cinquant’anni esatti dalla sua pubblicazione, torna a far capolino nei piani alti delle hit parade. Addirittura decide di registrarne una nuova versione da solo, senza i mirabolanti reef di chitarra di Gilmour. Pare lo sfregio definitivo anche se poi si scaglia con veemenza contro Stuart Maconie, un giornalista americano che gli avrebbe messo in bocca inopinatamente l’affermazione che gli assoli di Gilmour erano orribili. “Adoro gli assoli di chitarra di Dave – chiarisce – Non so chi pensa di citare quando dice gli ‘orribili assoli di chitarra’ di Gilmour. Ma di sicuro non sono io”.

La band era nata nel 1965, mentre Gilmour ne entrò a far parte due anni dopo, per sostituire il front man Syd Barrett, impossibile da gestire per i suoi problemi psichici e per l’abuso di droghe. Dopo di allora hanno inanellato una serie impressionante di successi che li hanno resi una delle band più influenti di tutti i tempi. Su tutti la costruzione di quel disco apologetico della loro storia che è stato, The Dark Side of the Moon. Motivi economici ed artistici avevano indotto Waters ad abbandonare i Pink Floyd nel 1983. Il suo pensiero era chiaro, – almeno nella lettura che ne dava il batterista della band Nick Mason – si poteva essere immensi musicisti, padroneggiare gli strumenti con perizia elevatissima, ma se non sai scrivere cose dirompenti, non sai comporre, non sei nessuno. Dunque, era convinto che senza di lui i Pink Floyd sarebbero collassati, dimenticati, surclassati dalla mancanza più assoluta di capacità di produrre cose eccelse. Non fu così, e Gilmour ha continuato invece a gestire il vec…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.