Il pacifismo geopolitico che si è dimenticato la solidarietà coi popoli

Al convegno "Guerra o Pace?" a Roma, così come in tante discussioni in questi mesi, il punto di vista predominante è stato quello degli Stati e in particolar modo il punto di vista del Cremlino sulla geopolitica, oltre a una visione appiattita sulla gestione del presente da parte dei leader politici. La sinistra e il pacifismo hanno perso l’idealità perché hanno perso la speranza, e forse guardano con malcelato risentimento alle speranze e alla fiducia nel futuro che hanno gli ucraini, così come hanno guardato con odio e risentimento alla rivoluzione siriana a suo tempo.

“War without people”. Così, a maggio 2022, la piattaforma giornalistica Meduza –  messa fuori legge da Putin all’inizio di quest’anno – titolava un articolo di analisi sulla preminenza che, già da prima dell’invasione russa e a maggior ragione dopo, stava assumendo la dimensione geopolitica nel racconto della guerra e della politica. “Vedendo il mondo in questo modo, le ‘potenze’ vengono trattate come entità singole e uniformi, come se fossero persone singole”, si legge nell’articolo. “Questo tipo di pensiero non può accogliere tutta la vita all’interno di questi Paesi, tutte le persone con le loro diverse credenze, fedi, disaccordi, piani e drammi. È una visione del mondo cieca nei confronti di questa diversità, che vede solo un monolite immaginario di attività economica e culturale. La sostituzione è tangibile anche a livello linguistico. Qualsiasi approfondimento geopolitico racconterà di come i Paesi “decidono”, “vogliono”, “soffrono”, “sono umiliati”, “sono indignati” e “chiedono”. Ma uno Stato non può fare nulla di tutto questo: solo le persone viventi e respiranti possono farlo. Qualsiasi ‘decisione nazionale’, inoltre, ha molti oppositori all’interno di quella stessa nazione”.
Perché, parlando di guerra, la sinistra e il pacifismo hanno deciso di infilarsi nel tunnel del discorso geopolitico?  Me lo sono chiesta fin dall’inizio dell’invasione, quando all’improvviso non potevi girarti senza inciampare in una quale raffinata spiegazione dell’esperto di turno su quanto stesse accadendo, quando ogni discorso metteva l’accento sulle potenze provocando “la sparizione del vivente nel processo di disvelamento o discussione della prossima gloriosa idea geostrategica” [sempre dall’articolo di Meduza]. E me lo sono chiesta, di nuovo, dopo il convegno “Guerra o Pace” che si è tenuto al Senato il 30 giugno scorso, alla presenza di personalità del più alto calibro, e di importanti leader politici del fronte attualmente all’opposizione.

Nel corso delle oltre quattro ore di durata dell’evento non c’è stato infatti un solo intervento, dei tanti che si sono susseguiti, che abbia affrontato la questione della guerra da un punto di vista alternativo a quello degli Stati. Nessuna riflessione è stata portata avanti dal punto di vista dei popoli, men che meno da quello delle classi subalterne. Non una sola volta si è sentita pronunciare la parola “solidarietà”. Nel dibattito si sono susseguite una serie di personalità del panorama intellettuale storica della sinistra italiana – fra cui Raniero La Valle, Ida Dominijanni, Vincenzo Vita, Barbara Spinelli – da cui ci si sarebbe a buon diritto attesi un’idealità internazionalista, socialista, un punto di vista dal basso, una visione vicina a quella della gente comune rimasta coinvolta in prima persona e suo malgrado nella tragedia. Quale delusione: tutti questi pensatori e pensatrici, nel tempo loro concesso, non hanno fatto altra cosa che denunciare gli interessi geopolitici in atto, rimanendo sul terreno di quegli stessi interessi.

Concentrandosi sulle soggettività armate o da armare, e non su quelle disarmate. Sugli attori della Storia statale e non su quelli della Storia umana. Come se noi gente comune non potessimo fare altro che assistere impotenti a una tragedia già decisa e limitarci a tifare per una risoluzione o per l’altra. E questo può avere anche un fondo di verità per noi occidentali che di questa guerra ci limitiamo a essere in grande parte spettatori, a condizione di riconoscere che se ciò avviene è perché la solidarietà internazionalista è in profonda crisi. Ma che dire di chi vive oggi in Ucraina o in Russia? Com’è possibile che a loro non sia stato dedicato un solo pensiero, come se la guerra fosse un solo fatto di potenze e non coinvolgesse – e non solo nella parte di vittime inerti – anche i popoli e le società, oltre che i singoli cittadini e cittadine che certamente la subiscono, ma che a essa reagiscono? “La disumanizzazione del mondo non è più un esercizio teorico, ma qualcosa che si sta svolgendo nella realt…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.