L’abbattimento delle statue e il regime del colore della pelle

L'abbattimento delle statue è un tema "sentinella" di una profonda e complicatissima questione culturale da affrontare, che prima o poi dovrà essere analizzata davvero, partendo dalla storia economica e sociale per risalire a quella culturale e psicologica degli Usa. Dopodiché bisognerà passare dall’inevitabile constatazione che proprio per fattori psicologici prima ancora che sociali, gli Usa sono stati a lungo, e sono in parte tuttora, non una democrazia bensì una “dermocrazia”: una nazione cioè fondata sul potere della pelle, non del popolo.

È giusto distruggere o abbattere una statua? Alcuni credono di no perché “c’è in gioco la storia”. È come se abbattendo una statua ci si volesse liberare di una parte della storia. La si volesse cancellare, negare. Reinterpretare con le nostre categorie di contemporanei. È davvero così? Forse qualsiasi considerazione sull’abbattimento delle statue dovrebbe partire da una riflessione sulla natura della storia, dell’uomo e delle statue stesse. Partirei da quest’ultime, mi sembra la cosa più facile.
Perché si costruiscono le statue? Per commemorare una persona. Non solo per questo, ma soprattutto per questo. Riteniamo che una certa persona meriti stima duratura. Oppure lo ritiene la persona stessa, se è un dittatore. Perché spesso le statue se le costruiscono i tiranni.
Non ci sono più statue di Mussolini in Italia, ma neppure di Francisco Franco in Spagna. E neppure di Lenin. E questo nonostante esistano di certo seguaci di tali signori ancora oggi. In una democrazia, però, la loro voce non può superare quella di chi la difende. Ma una democrazia che impedisca ad alcuni di erigere delle statue ai loro beniamini politici, che oggi sembrerebbero inoffensivi dato che sono morti, è una democrazia vera, solida? O si potrebbe invece definire una democrazia che esercita la sua dittatura, la cosiddetta dittatura della maggioranza ad esempio, su certe idee ormai inoffensive, e comunque poco pericolose? Ma tali signori ormai morti degni di statue sono davvero inoffensivi? Il fatto che abbiano ancora dei seguaci sembrerebbe suggerire il contrario, ed è questo il punto vero che la democrazia intende tener fermo? Che questi seguaci cioè non possono usare le statue come simboli di qualcosa che può sempre tornare?

Prendiamo il caso delle statue dei signori razzisti e schiavisti del sistema sudista americano. Perché difenderne la presenza? Perché difendere il loro nome associato a basi militari o musei, o biblioteche pubbliche negli Usa? Le loro idee erano sbagliate, gravemente sbagliate, e sono state combattute – anche per ipocrisia, per carità – da un’altra parte che ha vinto, la parte nordista del paese. Esattamente come le idee di Hitler sono state combattute da altri ipocriti, ossia gli inglesi dell’impero razzista e gli americani dell’apartheid,  ma alla fine sono state vinte perché ritenute ancora più pericolose, e poco utili allo status quo planetario. Il sistema sudista era stato ritenuto peggiore di quello nordista, e di sicuro poco utile per gran parte del paese, e alla fine ha perso. Poi è tornato a galla con l’aparthei…

Prigionieri civili ucraini in Russia: un destino in bilico

Migliaia di cittadini ucraini sono stati fatti prigionieri dalle forze russe. Non possono comunicare con avvocati e familiari, non hanno possibilità di ricorrere in appello o di essere oggetto di scambi di prigionieri. Quale sarà il loro destino?

popolo kurdo manifestazione

La Turchia non smette di perseguitare il popolo kurdo

In regimi come quello turco le minoranze subiscono numerosi tipi di persecuzione, e sono costrette a vivere in povertà e in condizioni precarie. Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-Onlus – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, racconta in questa intervista i tanti aspetti dell’oppressione strutturale esercitata storicamente dai governi turchi nei confronti del popolo kurdo. Un’oppressione dai tratti ancora più feroci negli ultimi decenni: Erdoğan sta facendo di tutto per rendere il Kurdistan una terra invivibile.

In Uganda i profughi si sentono molto più accolti che in Europa

Un tempo l’Uganda era un Paese di transito lungo le rotte migratorie. Chi emigrava dal sud dell’Africa verso Europa e Stati Uniti non avrebbe mai immaginato di trovare lì una nuova patria. Ma grazie ad accorte politiche d’integrazione, che sostanzialmente equiparano gli stranieri ai cittadini locali, il Paese centrafricano ha costruito un sistema modello per l’accoglienza.