25 luglio 1943, cade Mussolini ma non il fascismo. Intervista a Francesco Filippi

Il 25 luglio 1943 è passato alla storia come il giorno della caduta del fascismo. Ma in realtà, spiega lo storico Francesco Filippi in questa intervista, a cadere non fu il regime nel suo complesso bensì il suo leader, esautorato da quegli stessi gerarchi che lui stesso aveva plasmato e dalla Corona che non gli aveva mai opposto una strenua opposizione. Fu un modo per salvare capra e cavoli, il tentativo irrealistico di un regime di sopravvivere a chi lo aveva incarnato.
25 luglio 1943

Prof. Filippi, per iniziare a parlare di un tema in maniera approfondita come ci apprestiamo a fare, è necessario definire correttamente il tema stesso. Di solito il 25 luglio 1943 viene indicata come la data della caduta del fascismo ma fu veramente caduta del fascismo o si trattò “solo” della caduta di Mussolini?

Questa è la domanda dirimente: noi storici siamo affezionati ai grandi momenti di svolta, è vero, ma in questo modo sembra che un regime granitico, monolitico, che aveva segnato vent’anni di storia italiana, si sia improvvisamente sciolto dentro sé stesso. Sembra così effettivamente anche a leggere i giornali dell’epoca, che rimangono interdetti per un giorno e poi voltano le spalle al regime. È così anche secondo il celebre aforisma che viene attribuito a Winston Churchill: “In Italia il 25 luglio 1943 c’erano 45 milioni di fascisti, il 26 luglio 45 milioni di antifascisti, ma dai censimenti non risulta che ci fossero 90 milioni di italiani”. In realtà, assumendo un punto di vista direttamente collegato ai fatti dell’epoca, difficilmente si riesce a spiegare questa narrazione. In realtà non dobbiamo dimenticare che noi vediamo il fascismo attraverso quello che il fascismo racconta di sé e quindi, considerando il monopolio della propaganda, noi non riusciamo a comprendere esattamente la natura di quel 25 luglio. In realtà il fascismo attraversa una lunga stagione di consunzione e di coma, che a livello di calo di consensi inizia addirittura prima della Seconda guerra mondiale, con il periodo di stagnazione del 1938-’39. Poi la guerra intrapresa nel giugno 1940 ha un andamento negativo che si ripercuote altrettanto negativamente sul regime: i bombardamenti delle città scollegano quella che non poteva essere un’opinione pubblica coesa, in quanto sotto un regime totalitario, dall’idea della propaganda ufficiale; gli scioperi che si verificano dall’inverno del 1942 alla primavera dell’anno dopo, scanditi dallo slogan “Pane e pace!”, sono tutto quello che riescono a fare in questa situazione le componenti antifasciste e un popolo obiettivamente stanco della guerra mussoliniana in un contesto di regime di polizia – e questo non dimentichiamolo. Che cosa succede quindi il 25 luglio? Possiamo darne diverse letture, tra queste personalmente mi convince di più quella dell’auto-golpe di palazzo: la destituzione di Mussolini può sembrare il tentativo di un regime di sopravvivere al proprio leader. Mussolini aveva personalizzato e incarnato i valori del fascismo, mentre i gerarchi del regime non erano nati fascisti, diventandolo per varie convenienze, e tant’è che solo gli amici della prima ora rimangono fedeli a Mussolini e fascisti fino in fondo. All’interno del Gran consiglio fascista ci sono molte anime dell’Italia sì fascistizzata ma non ancora “mussolinizzata”. Con l’appoggio della Corona, che sa di poter e dover sopravvivere al fascismo, va in scena il tentativo di estirpare il “tumore” mussoliniano dal regime per far sì che il regime gli sopravviva in qualche modo – e questo lo dimostrano non solo i risultati della votazione ma anche il comportamento dell’establishment dopo la defenestrazione di Mussolini. Non è che eliminato quest’ultimo cambino molte cose: una delle prime leggi del nuovo governo presieduto da Badoglio (uno che fino a cinque minuti prima dava di gomito a Mussolini ed era una delle massime autorità del regime fascista) elimina la dicitura “fascista” dalle strutture pubbliche – ed ecco come l’INFPS è diventato l’odierna INPS. Che cosa cela questo cambio di nome? A livello concreto niente: si cerca semplicemente di grattare via la patina fascista dalle azioni pubbliche che aveva intrapreso il regime (per esempio le camicie nere vengono fuse nei ranghi dell’esercito italiano), però nei fatti non si assiste nessuna svolta non autoritaria. Nei fatti i prigionieri politici rimangono in galera e nei fatti la guerra voluta da Mussolini continua e questo stupisce molto gli italiani che il 26 luglio avevano preso a picconate le varie effigi del duce in tutta la penisola. Sicuramente non si tratta di un golpe che riporta l’Italia indietro di vent’anni, nell’alveo delle democrazie liberali, e nulla riporta la situazione a quella prima della marcia su Roma; siamo in presenza del tentativo di una classe politica creata e forgiata da Mussolini di sopravvivergli. E sappiamo che questa sarà una scelta più sciagurata di altre, che porterà a essere spazzato via un regime che aveva perso la sua spina dorsale a partire dall’8 settembre 1943.

Quindi non siamo in presenza della destituzione di un regime autoritario e liberticida ma di quella di un capo ormai considerato inefficiente.

In buona sostanza sì e questa è la perplessità di noi che guardiamo oggi alla fine di quel regime. Ma fu anche la perplessità di milioni di italiani che allora non capivano come fosse possibile l’esistenza di un fascismo senza il monolite Mussolini e i primi a restare più sbigottiti da questa svolta furono gli antifascisti storici, che non comprendevano cosa stesse accadendo in Italia in quel momento. Sì, Mussolini viene portato via dai regi carabinieri sull’ambulanza per la sua stessa protezione, come se il contro-golpe fosse stato richiesto dagli italiani, ma, una volta toltasi la camicia nera, il regime continua con la sua quotidianità di struttura repressiva: vengono smantellate istituzioni come le Giovani Italiane e i Balilla, quelle più goliardiche, ma strutture dell’apparato repressivo come l’OVRA non le tocca nessuno. Non vengon…

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