Pornografia e violenza, quei tabù neomoralisti che impediscono di parlarne

Nonostante quella del porno sia un'industria multimiliardaria che lucra in modo patente sulla violenza, è difficile parlarne in chiave critica. Schiere di neomoralisti ne hanno fatto un tabù, uguale e contrario a quelli precedenti, e alzano gli scudi ogni volta che qualcuno prova a dimostrare il rapporto fra pornografia e violenza. In Francia, le istituzioni hanno condotto studi su questo arrivando a conclusioni molto nette. E la storia ci dice che non si tratta soltanto dell'oggi: l'industria della pornografia è nata grazie allo sfruttamento violento delle donne.

I recenti casi di violenze sessuali di gruppo, a Palermo, a Caivano e precedenti, da parte di gruppi di giovanissimi ai danni di loro coetanee hanno riacceso la discussione, non priva di qualunquismi e frasi fatte, sul rapporto fra pornografia e violenza e sul ruolo della pornografia nella normalizzazione della violenza, in particolare nei confronti dei più giovani. Di nuovo, constatiamo che le categorie con cui il tema viene affrontato sono rimaste più o meno le stesse da circa sessant’anni, come se i custodi dei segreti dell’affettività e della sessualità dai quali liberarci fossero ancora oggi solo gli educatori e le educatrici nelle Chiese o le famiglie controllate dalle Chiese, con la loro vocazione a farci sentire tutte e tutti “peccatori”. La realtà di oggi cozza palesemente con questa fotografia ormai sbiadita del mondo. Specialmente negli ultimi vent’anni, l’affermazione di nuovi centri di educazione ha felicemente cancellato il concetto di “peccato” e dunque quello, direttamente conseguente, di “trasgressione”. Ma ha continuato a imporre, amaramente, gli stessi identici tabù di un tempo: oggi come ieri è proibito parlare criticamente, apertamente, farne tema pubblico, di concezioni e pratiche della sessualità che, non fa differenza se è sotto l’insegna del peccato o sotto quella della trasgressione e della libertà, poggiano sulla violenza. E innanzitutto sulla violenza maschile e l’abuso contro le donne e contro i bambini. Tuttora, l’interesse prevalente di un settore della società che conserva tutto il suo potere è che questa violenza agisca nel privato, ovvero che si continui a fare la stessa identica cosa che, a loro tempo, facevano i preti. E non disturbiamo, nel frattempo, i profitti dell’industria pornografica e dei suoi tanti indotti.

Non sarà un caso, perciò, se in Italia non esiste nessuno studio organico, finanziato dalle istituzioni, sugli effetti del consumo di pornografia sulla salute e sui rapporti sociali fra le persone. L’unica ricerca afferibile a un’indagine sul tema è stata condotta negli ultimi anni dall’istituto CENSIS insieme a Bayer, ovvero da un istituto di ricerca privato insieme a uno sponsor privato. È del 2019, e mostra una tendenza che ricerche successive, che hanno tenuto in conto anche i cambiamenti prodotti dalla pandemia nei costumi delle persone, hanno non solo confermato ma rilanciato: il sesso è visto ormai in gran parte come attività di consumo, slegata dalle relazioni affettive, orientata al piacere individuale invece che alla comunicazione umana o alla relazionalità umana. Un’attività sostanzialmente individuale che si avvale di altre persone. La ricerca CENSIS-Bayer rileva che per l’81,8% del campione maschile intervistato, la sessualità è scissa dall’amore e dall’affettività. Cifra abbastanza simile per il campione femminile: è d’accordo il 77,4% delle donne.

Salta subito all’occhio, davanti a numeri simili, che non c’è chiarezza sui termini adoperati: cosa significa “sessualità”, cosa significa “amore” e cosa “affettività”? Sarebbe un errore dare per scontate le risposte, visto che tutti e tre questi termini rimandano a un universo di valori che è plurale, differenziato e in cambiamento incessante nella nostra società. Gli amori occasionali si possono chiamare così? E se no, perché no? Che cosa rende un incontro sessuale “affettivo” oppure no? E dove comincia, e dove finisce, la “sessualità”? Il rapporto CENSIS-Bayer del 2019 adopera categorie che a tutta prima appaiono inadeguate, antiche: insiste sul fatto che il rapporto con il sesso è oggi “decomplessato” ovvero fa riferimento a una visione legata a culture della vergogna che tuttavia nella società contemporanea sono state superate da tempo. L’esposizione del corpo femminile come corpo di piacere dilaga da almeno 40 anni nella TV, non solo commerciale, e in generale nel mondo mediatico, e che il piacere sessuale si sia “decomplessato” è una conclusione abbastanza al di qua della realtà, se guardiamo i numeri impressionati del consumo di pornografia, specialmente via web. Il rapporto sottolinea che “il porno è visibilmente uscito dalla sfera del proibito”, ma di nuovo, siamo molto al di qua della fotografia del reale: in quale sfera è entrato? Il rapporto stesso lo deve ammettere, in Italia ci sono indizi che inducono a parlare di “porno di massa”, in particolare fra i più giovani, ma non esistono, cioè nessuno si è mai incaricato di condurre né di commissionare, indagini complete ed estese sulla realtà del consumo.

Esistono invece in Francia, dove a fine settembre 2022 è stato presentato al Senato francese un rapporto[1] di oltre 200 pagine sulla pornografia come fenomeno sociale e come industria economica.

È stato redatto da una Commissione speciale del senato per i diritti umani e l’uguaglianza di genere, guidata dalla senatrice socialista Laurence Rossignol: un lavoro che ha rotto il silenzio, giacché fino a quel momento il fenomeno, come ha sottolineato Rossignol stessa, non aveva ricevuto nessuna attenzione; a causa del totale disinteresse, tendente alla connivenza, da parte della politica maschile. Il merito del rapporto francese è proprio quello di posizionarsi al di là della sfera – interamente moralista, sebbene nella versione apparentemente “trasgressiva” della morale – del “proibito” o del “consentito” nei costumi e di entrare invece con chiarezza nella sfera dei rapporti di potere e dunque dei diritti umani, affrontando la realtà dei fatti come emerge in modo inequivocabile dalle indagini svolte: la quasi totalità dei contenuti pornografici consiste in una forma di abuso e violenza. Il 90% circa, secondo il rapporto francese, che definisce “

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