Finalmente il cinema. Intervista a Saverio Costanzo

“Finalmente l'alba”, pellicola presentata all'80° Mostra del cinema di Venezia, è un romantico viaggio nell'Italia del dopoguerra, che cattura il tragico incontro tra Cinecittà e Hollywood nel caso di Wilma Montesi. Omaggio al cinema italiano classico ma allo stesso tempo riflessione su un mondo come il nostro ossessionato dalla immagine di sé che affidiamo ai social e dalla inquietudine di una cronaca che ci propone il femminicidio con una cadenza quotidiana, abbiamo intervistato l’autore tra Venezia e Telluride.
Intervista a Saverio Costanzo

Se Tutto in una notte e La notte brava non fossero già titoli di altri film, potrebbero essere una parafrasi di quello di Saverio Costanzo, Finalmente l’alba, più romantico e allusivo: la protagonista, infatti, un’adolescente degli anni ’50 che accompagna la sorella a sostenere un provino a Cinecittà per un film mitologico, finisce prima sul set anch’essa e poi in una gita a Capocotta, in un party pieno di star e aristocratici, cocaina e personaggi ambigui e sinistri, proprio dopo qualche giorno che, sulla spiaggia vicina alla villa dove si tiene la festa, è stato rinvenuto il cadavere di Wilma Montesi. La ragazza, anch’essa comparsa a Cinecittà, destinata, suo malgrado, a diventare protagonista dello scandalo più devastante dell’Italia del dopoguerra (nel film compaiono anche Alida Valli, il musicista Piero Piccioni, figlio di un viceministro del governo democristiano di allora, e Ugo Montagna, che furono per decenni coinvolti nella campagna mediatica e nei procedimenti penali legati alla morte della Montesi).  Il film è nato grazie ad un imponente sforzo produttivo ma, soprattutto, si tratta di un investimento di racconto, ricostruzione e messa in scena che si collocano agli antipodi delle tendenze minimaliste che hanno dominato per decenni il set dei film italiani contemporanei. Il film di Costanzo, che inizia con un omaggio al neorealismo (alcuni protagonisti sono al cinema ) con il finale di un film che racconta di soldati americani a caccia di nazisti durante la liberazione di Roma (e potrebbe somigliare a qualche titolo di allora di Germi o De Santis o Zampa), ricostruisce la Hollywood sul Tevere (una cinecittà piena di tuniche, sandaloni e bestie feroci: Fellini ne avrebbe goduto), trascina la sua giovane protagonista in una folle notte pre dolce vita e immerge il pubblico in una fantasia attraente ed ambigua in cui l’angoscia di aderire ad una maschera stinge nei desideri più profondi e insondabili. Omaggio al cinema italiano classico ma allo stesso tempo riflessione su un mondo come il nostro ossessionato dalla immagine di sé che affidiamo ai social e dalla inquietudine di una cronaca che ci propone il femminicidio con una cadenza quotidiana, abbiamo intervistato l’autore tra Venezia e Telluride (il festival dove il film è stato invitato dopo l’anteprima mondiale alla Mostra del Cinema).

Iniziamo con l’aspetto più flagrante del film: le facce. Non si vedeva da anni una provvista di facce così, rappresentanti di un’Italia pre-miracolo economico, pre-chirurgia estetica. È evidente, per chi conosce un po’ il cinema, che si tratta per certi versi di un omaggio al cinema italiano moderno che da Fellini a Germi a Monicelli a Pasolini è stato profondamente un cinema che ha fatto della selezione e infinita varietà delle facce uno strumento espressivo inesauribile. Ci piacerebbe che parlassi in generale dell’idea che c’è dietro.

Diciamo che per ciò che riguarda le persone, le comparse in questa storia – essendo un film, proprio, anche sulle comparse – avevamo a disposizione una quantità enorme di spazi da riempire e secondo me noi italiani disponiamo di un giacimento inesauribile di eterogeneità. Poi ho l’impressione che, per quanto noi siamo cambiati (e lo sono tutti in tutto il mondo) rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta, nella realtà, quand…

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