Giù le mani dai centri antiviolenza: i tentativi istituzionalisti e securitari di strapparli al movimento delle donne

Fondamentale acquisizione del movimento delle donne dal basso, per salvarsi la vita e proteggersi dalla violenza soprattutto domestica, oggi i centri antiviolenza subiscono una crescente pressione verso l’istituzionalizzazione e l’irreggimentazione in chiave securitaria e assistenzialista. Tanto che ai bandi per finanziarli accedono realtà persino sfacciatamente pro-patriarcali come i gruppi ProVita o altre congreghe di tipo religioso.

Giulia Cecchettin, 22 anni, è la centoquattresima vittima di femminicidio in Italia nel 2023 e la violenza di genere sembra ancora dura ad estinguersi. Il dibattito sul tema non smette mai di essere attuale, ma si è riacceso in questi giorni anche a seguito della decisione della Regione Lazio, guidata da Francesco Rocca (Fdi), di sgomberare il centro antiviolenza autogestito Lucha y Siesta, mostrando quanto siano fondamentali questi tipi di spazi per soccorrere dalla violenza di genere e sensibilizzare.

Nel 1986 nasce a Milano il primo dei centri antiviolenza (Cav) su iniziativa di un gruppo di donne che sviluppano un nuovo sistema di aiuto oggi imprescindibile: “È stato un momento molto importante in cui la forza delle donne ha persuaso, convinto e costretto le istituzioni ad aprire poi questi luoghi”, spiega a MicroMega Oria Gargano, fondatrice e Presidente della cooperativa sociale contro la tratta, violenza e discriminazioni Befree. Altro tassello nella storia è la Convenzione di Istanbul del 2011 che sancisce l’obbligo di adottare misure legislative per la creazione di (art. 23) “case rifugio” e (art. 25) “centri di prima assistenza” adeguati, facilmente accessibili e “in numero sufficiente”. Così, attraverso la legge 119 del 2013, ratificando la Convenzione l’Italia si impegna ad aprire un centro antiviolenza ogni 10mila abitanti sulla base di un calcolo suggerito nel 1999 in un Expert meeting in Finlandia. Dopo il provvedimento legislativo, numerosi spazi sorti su spinta istituzionale si sono dunque accompagnati da quel giorno a quelli dal “basso”, che avevano anticipato un sistema oggi radicato. Se un centro antiviolenza offre servizi legati all’accoglienza, consulenza legale, consulenza psicologica, percorsi di orientamento al lavoro e comunità, i rifugi invece sono dei luoghi in cui possono recarsi le donne vittime di violenza. Secondo il Report dell’anno 2022 di Di.Re, la Rete nazionale antiviolenza, nell’80,5% dei casi di violenza questi sono esercitati da un partner o ex-partner, dunque da parte di persone con una stretta relazione con la donna. Una casa rifugio (Cr), che da norma ha un indirizzo segreto, rappresenta un vero e proprio riparo dove mettere in sicurezza la persona e i bambini.  

“Secondo il Consiglio d’Europa e la Convenzione di Istanbul, per la grandezza di Roma dovremmo avere 400 posti per donne vittime di violenza, ma ce ne sono circa 50”, spiega Mara Bevilacqua, attivista, mettendo in luce l’irrazionalità di chiudere Lucha y Siesta, dove attualmente si trovano decine di persone messe in sicurezza. Negli anni il numero dei Cav è aumentato: secondo l’Istat sono 19.600 le donne che hanno affrontato nel 2021 il percorso di uscita dalla violenza con l’aiuto di questi spazi; nel 2021 i Cav registrati sono 373 e le Cr 431. Ma è aumentata anche l’utenza: dal 2020 al 2021 le donne che hanno contattato almeno una volta i Cav sono passate da circa 54mila a 56mila, mostrando la necessità di aprirne di più: il numero dei posti letto (in media 16,2%) risulta ancora insufficiente, nel 2022 non è stato possibile mettere in sicurezza 361 donne (465 nel 2021). Inoltre, secondo molte attiviste, all’interno di questi calcoli ricadono anche realtà lontane da quello che viene definito un vero …

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