Ariel Bernstein: “In Israele serve la voce di chi si oppone all’odio e al suprematismo”

Dopo il 7 ottobre, la posizione degli attivisti antisuprematisti e per la fine dell’occupazione come gli ex militari dell’esercito israeliano riuniti nell’associazione “Breaking the Silence” si è fatta ancora più difficile di prima. Ma proprio per aver partecipato in prima persona alle precedenti guerre su Gaza, Ariel Bernstein e i suoi compagni sono fra i più lucidi e consapevoli, nel loro Paese, che la strada dell’eccidio intrapresa dal governo di Netanyahu non solo non fermerà Hamas, ma devasterà sia il popolo palestinese che la società israeliana.
Ariel Bernstein

Dopo le atrocità commesse da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre, i maniaci della guerra fanno esplodere le loro bombe per non dare risposta ai loro fallimenti. La richiesta di vendetta risuona in tutto il Paese, mentre l’esercito israeliano invade via terra la Striscia di Gaza assediata. Le scuole e gli ospedali sono divenuti cimiteri a cielo aperto. Non vi è più spazio neanche per seppellire i morti. Parlare di “cancellare” e “radere al suolo” Gaza è ormai un luogo comune nelle aule della Knesset. C’è chi suggerisce di lanciare una bomba atomica sulla Striscia, chi chiede l’espulsione dell’intera popolazione.

In questa cacofonia d’odio, una parte della società israeliana rifiuta di soccombere alla logica binaria. Sono i familiari delle vittime dei massacri di Hamas e delle oltre 240 persone rapite a Gaza. Chiedono di non utilizzare il loro dolore per seminare altra morte e distruzione, invocano la fine dell’assedio a Gaza e la priorità di un accordo per il rilascio degli ostaggi. In un elogio funebre per Haym Katsman, un attivista anti-occupazione assassinato nella sua casa il 7 ottobre, suo fratello Noi ha chiesto al suo governo di “fermare il circolo del dolore e di capire che l’unica via per il futuro e la libertà è l’uguaglianza dei diritti”. Ziv Stahl, direttore esecutivo dell’organizzazione per i diritti umani Yesh Din e sopravvissuto al fuoco infernale nel Kibbutz di Kfar Aza, si è espresso con forza contro il massacro di Israele a Gaza in un articolo pubblicato su Haaretz. “Non ho bisogno di vendetta, niente mi restituirà coloro che se ne sono andati”, ha scritto. “I bombardamenti indiscriminati a Gaza e l’uccisione di civili non sono la soluzione”. Queste voci vengono amplificate dalle associazioni, i collettivi e le organizzazioni israeliane e palestinesi, impegnate per la fine delle politiche di colonizzazione e occupazione e per un futuro dignitoso e giusto per tutte le comunità che vivono nella regione. 

Tra queste voci c’è quella di Ariel Bernstein, 30 anni, nato e cresciuto a Gerusalemme sotto i colpi della Seconda Intifada. Nel 2014 ha servito come soldato nell’operazione militare a Gaza. Oggi è ricercatore presso “Breaking The Silence”, l’associazione di ex militari israeliani che hanno prestato servizio nell’esercito a Gaza e e in Cisgiordania. Dal 2004 denunciano il regime di apartheid nei territori occupati raccogliendo testimonianze di ex soldati che decidono di rompere il silenzio. Vive in Italia, a Bologna, dove sta conseguendo un Master in Antropologia.     

“Quel maledetto lunedì sono stato svegliato dal suono delle sirene. Mentre iniziavo a ricostruire il quadro raccapricciante degli attacchi di Hamas, non potevo fare altro che rassegnarmi all’idea che Israele stava per affrontare l’ennesima guerra a Gaza, questa volta su scala completamente diversa. Tremavo. Sapevo che sarebbe stata una carneficina.”     

È tale è stata. L’esercito israeliano ha strappato alla vita circa 14.000 civili palestinesi in meno di due mesi e tiene tuttora sotto assedio due milioni di persone. Un eccidio che non può essere letto sotto il cappello della “legittima difesa” – per citare le parole della Knesset – al massacro per mano di Hamas del 7 ottobre, dove i miliziani hanno sequestrato, seviziato e ucciso circa 1200 civili, per lo più ebrei israeliani, ma anche palestinesi cittadini di Israele, lavoratori migranti e residenti in Israele. Riconoscerne la brutalità non può diventare cieca giustificazione per la strage in atto a Gaza. Comprenderne le ragioni storiche e le cause strutturali, non può diventare omertà di fronte a pratiche reazionarie e distruttive.

“Al di là dell’immoralità di giustificare le atrocità che Israele sta commettendo a Gaza, l’aspettativa che questa volta il massacro di massa porti a un risultato diverso rispetto a tutte le campagne militari precedenti è un terribile autoinga…

Prigionieri civili ucraini in Russia: un destino in bilico

Migliaia di cittadini ucraini sono stati fatti prigionieri dalle forze russe. Non possono comunicare con avvocati e familiari, non hanno possibilità di ricorrere in appello o di essere oggetto di scambi di prigionieri. Quale sarà il loro destino?

popolo kurdo manifestazione

La Turchia non smette di perseguitare il popolo kurdo

In regimi come quello turco le minoranze subiscono numerosi tipi di persecuzione, e sono costrette a vivere in povertà e in condizioni precarie. Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-Onlus – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, racconta in questa intervista i tanti aspetti dell’oppressione strutturale esercitata storicamente dai governi turchi nei confronti del popolo kurdo. Un’oppressione dai tratti ancora più feroci negli ultimi decenni: Erdoğan sta facendo di tutto per rendere il Kurdistan una terra invivibile.

In Uganda i profughi si sentono molto più accolti che in Europa

Un tempo l’Uganda era un Paese di transito lungo le rotte migratorie. Chi emigrava dal sud dell’Africa verso Europa e Stati Uniti non avrebbe mai immaginato di trovare lì una nuova patria. Ma grazie ad accorte politiche d’integrazione, che sostanzialmente equiparano gli stranieri ai cittadini locali, il Paese centrafricano ha costruito un sistema modello per l’accoglienza.