Libano, lo sfollamento forzato e le donne invisibili

La disuguaglianza di genere ha un forte impatto sull'esperienza dello sfollamento di massa seguito alla guerra nel Libano meridionale. Tuttavia, la carenza di dati differenziati rischia di minare l'adeguatezza degli aiuti forniti e di rendere ancora più invisibile la condizione delle donne, che in condizioni di fuga dalla guerra sono invece notoriamente le più colpite dalla violenza e dalla fatica del ritrovarsi senza casa e con bambini o anziani a cui prestare cure.

(BEIRUT, Libano) – All’indomani dell’attacco del 7 ottobre operato da Hamas in Israele e alle sue ricadute che stanno sconvolgendo la regione, dopo l’aumento degli scontri al confine tra Libano e Israele che a oggi hanno già causato un centinaio di vittime, di cui almeno 15 civili, le milizie sciite di Hezbollah, basate a Sud del Paese, hanno minacciato l’apertura di un nuovo fronte di guerra.

Intanto, sempre in questo contesto, secondo il Global Data Institute dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite, circa 40mila persone sono state sfollate nel Libano meridionale. Dal 10 ottobre la Displacement Tracking Matrix (DTM) sta conducendo il monitoraggio quotidiano dei movimenti della popolazione, con l’obiettivo di informare la pianificazione della risposta umanitaria.

Gli ultimi dati raccolti, pubblicati il 16 novembre, affermano che 46.325 persone sono state sfollate in Libano nell’ultimo mese e mezzo. Tuttavia, nello stesso rapporto, le informazioni riguardanti i gruppi vulnerabili, come donne e bambini, si riferiscono alla demografia basata sui dati raccolti il 9 novembre. Secondo le statistiche, il 51% degli sfollati sarebbero bambini (dunque sotto i 18 anni), il 26% donne adulte e il restante 23% sarebbe costituito da uomini adulti. Al momento i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni sono l’unico documento di monitoraggio disponibile, anche se non offrono alcuna informazione aggiuntiva sul numero di sfollati in base alla nazionalità, all’età o al genere. E soprattutto ignorano le dinamiche in cui questi fattori siano l’uno con l’altro intersecati.   

“Il punto non riguarda chi non è stato censito, perché l’OIM dice che tutti, rifugiati, uomini e donne, sono censiti nella loro raccolta dati. La vera domanda è perché gli sfollati non sono stati separati per nazionalità, sesso ed età. Al momento non ho ancora una risposta”, ha detto Jasmin Lilian Diab, direttrice dell’Istituto di studi sulle migrazioni della LAU, aprendo a serie questioni sui rischi della mancanza di dati di contesto. Per quanto riguarda la realtà del sud del Libano, in effetti, c’è una consistente carenza di informazioni sull’indice di vulnerabilità della popolazione. Come ha osservato Myriam Sfeir, direttrice dell’Arab Institute for Women della Lebanese American University (LAU) di Beirut, “la maggior parte degli uomini del Sud del Libano vive e lavora all’estero, soprattutto in Africa. Per quanto riguarda le donne sfollate, non sappiamo se si tratti di capofamiglia sole, non ne conosciamo l’età, né se siano donne con bambini o anziane”.

In un articolo recentemente pubblicato da Researching Internal Displacement, Jasmin Lilian Diab e Jennifer Skulte-Ouaiss hanno monitorato l’aumento reale del numero di sfollati alla luce di stime contrastanti, mettendo in discussione la possibilità di una strategia di emergenza inclusiva sulla base delle limitate risorse che il Governo libanese, da quattro anni in profonda crisi, può offrire per rispondere a un’imminente – e già iniziata – crisi umanitaria di massa.

In modo allarmante, si legge nell’articolo, una fonte della sicurezza ha confermato che il numero di sfollati al Sud è, contrariamente a quanto denunciato dalle Nazioni Unite, di circa 100mila persone, tenendo in considerazione la totalità degli individui che hanno lasciato il Sud e non solo quelli che si sono rifugiati nelle scuole o nei villaggi vicini, dove avrebbero potuto essere chiaramente e facilmente contati. Le conversazioni sui numeri esatti, come mostra lo studio, non solo restano vaghe, ma non riescono nemmeno a delineare il gruppo di sfollati interni di cui si tiene conto. I numeri forniti dalle fonti, per ora limitate al già citato organo dell’ONU, non hanno rivelato se si tratti solo di cittadini libanesi, di cittadini e di rifugiati, o se sia il caso di stime o di accurate registrazioni.

Uno sfollamento con insufficienti risorse e dati demografici incompleti comporta, come diretta conseguenza, aiuti inadeguati alle popolazioni colpite. Soprattutto da una prospettiva di genere, una forte lacuna nella raccolta dei dati potrebbe tradursi in una pericolosa negligenza nei confronti delle esigenze di un gruppo particolarmente vulnerabile: e non c’è dubbio che la sicurezza delle donne, in tempi di crisi, sia la più colpita. Uno schema ricorrente emerge: ogni volta che si verifica una grave crisi, nonostante le donne siano statisticamente colpite più duramente degli uomini, la dimensione di genere smette di essere una priorità.

In passato, sempre per restare al contesto libanese, abbiamo avuto un esempio delle distorsioni che possono verificarsi qualora la gestione di uno sfollamento e dei relativi aiuti non tenga conto delle differenze fra chi vi è sottoposto. Questo è quanto avvenuto, per esempio, dopo la catastrofica esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020.

“Gli aiuti arrivati dopo l’esplosione di Beirut non sono stati supportati da una lente di genere, il che significa che gli aiuti non erano proporzionati alle esigenze dei gruppi emarginati (donne anziane, lavoratrici domestiche come colf e badanti, persone con disabilità che sono diventate invalide e hanno sofferto ancora di più)”, ha dichiarato Sfeir, e ha aggiunto, riferendosi proprio al momento dell’esplosione –  quando a causa della crisi energetica le strade erano completamente buie –, che le donne hanno subito moltissime molestie e violenze sessuali. Il che conferma che la loro sicurezza sia di solito la più colpita in tempi di crisi, qualsiasi sia la natura delle stesse.

Uno studio condotto dalla clinica legale SEEDS di Beirut – sostenuta dal Women’s Peace and Humanitarian Fund (WPHF), dal governo tedesco e da UN Women Lebanon – ha evidenziato che la risposta agli aiuti, all’indomani del 4 agosto, condotta principalmente da organizzazioni non governative e organizzazioni della società civile, è stata cieca riguardo al genere. Con un accesso limitato ai dati, come riportato dal canale The New Arab, il gruppo legale è stato in grado di concludere che dei 137 milioni di sterline di aiuti in arrivo, solo 3,1 milioni sono stati destinati specificamente alle donne: mero 2,28% dei fondi totali.

Pur non riguardando specificamente il Libano, l’assenza di un’adeguata risposta di genere alle crisi umanitarie ha esacerbato le preesistenti disparità di genere nel Paese mediorientale. L’insufficienza de…

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