Politiche ambientali, l’ambiguità del Brasile

Alla Cop 28, recentemente tenutasi a Dubai, il presidente brasiliano Lula si è prodigato in dichiarazioni altisonanti sulle conquiste e gli obiettivi del Paese in ambito di politiche ambientali. Ma la realtà dei fatti confligge con la bontà delle parole, data la sempre maggiore produzione di idrocarburi, soprattutto petrolio, e la deforestazione zero dell’Amazzonia presentata come un obiettivo ideale da perseguire non si sa come né quando. Quanto Lula promette con le parole il suo omologo colombiano Gustavo Petro lo sta realizzando con i fatti, diminuendo drasticamente la produzione di petrolio nonostante costituisca una delle maggiori fonti economiche del Paese.

È “con l’esempio” che il Brasile intende guidare la lotta al cambiamento climatico. Un obiettivo ambizioso che il presidente Lula ha espresso nella maniera più completa nel suo discorso del primo dicembre alla Cop 28 di Dubai, quando ha rivendicato orgogliosamente le conquiste ottenute in campo ambientale dal suo governo, a cominciare dal forte calo del tasso di deforestazione, la principale fonte di emissioni di gas a effetto serra nel Paese, che si è praticamente dimezzato nei primi dieci mesi del 2023 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

“Abbiamo rivisto – aveva dichiarato Lula – i nostri obiettivi climatici (le mete volontarie di riduzione delle emissioni, ndr), che oggi sono più ambiziosi di quelli di molti Paesi sviluppati. Abbiamo ridotto drasticamente la deforestazione in Amazzonia e riusciremo ad azzerarla entro il 2030. Abbiamo formulato un piano di trasformazione ecologica, per promuovere l’industrializzazione verde, l’agricoltura sostenibile e la bioeconomia. Abbiamo raggiunto una visione comune con i Paesi amazzonici e creato ponti con altri Paesi detentori di foreste tropicali”.

E allo stesso modo, durante l’incontro con la società civile del giorno successivo, Lula aveva assicurato che il suo Paese “sarà imbattibile nella discussione sulla transizione energetica”, evidenziando il grande potenziale del Brasile – la cui matrice energetica è già rappresentata per il 47,4% dalle fonti rinnovabili, oltre la media mondiale – nella produzione delle energie alternative.  

Ma su altri versanti le cose non vanno affatto bene, a partire dalla mancanza di pianificazione per ridurre, da un lato, le emissioni di metano derivanti dagli allevamenti legati all’agribusiness e, dall’altro, la produzione di combustibili fossili.

Al nono posto nella classifica dei maggiori produttori di petrolio – e al sesto per emissioni di gas climalteranti – il Brasile (che ospiterà la Cop 30) ha anzi registrato negli ultimi mesi una produzione record di idrocarburi. Tant’è che il 4 dicembre, in piena Cop 28, il Climate Action Network, la rete internazionale che riunisce oltre 1.300 organizzazioni non governative in lotta contro il cambiamento climatico, aveva assegnato al Brasile il per nulla onorevole premio “Fossil of the day” con una motivazione che spiegava tutto: il Paese “sembra aver confuso la produzione di petrolio con la leadership climatica”.  

Proprio in apertura della Cop 28, non a caso, il Ministro delle Miniere e dell’Energia Alexandre Silveira aveva annunciato l’adesione del Brasile all’Opec+, il gruppo dei maggiori produttori di combustibili fossili del mondo, sebbene – aveva precisato Lula – come osservatore e non come membro a pieno titolo. Il Brasile, ha subito commentato il direttore dei programmi di Green…

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