La “Z Generation” della Russia. Segnali di un fascismo a venire

Il libro dello storico e analista della realtà russa Ian Garner si concentra sulla creazione nel Paese di un “fascismo quotidiano”, alimentato non dai verticali sistemi di indottrinamento di massa del XX secolo ma da un pastiche postmoderno che mescola modalità tradizionali di formazione del consenso, intrattenimento di massa e propaganda social. Tutto inserito nel disegno di un regime che non vuole mobilitare il suo popolo ma renderlo apatico e soggetto all’accettazione passiva del suo “monopolio sulla realtà”.
fascismo russo

Della guerra in Ucraina non si intravvede la fine. Dopo più di anno di conflitto armato, sul campo ci sono centinaia di migliaia fra morti e feriti, milioni di profughi che hanno lasciato il paese aggredito o si sono dislocati nelle zone più sicure al suo interno, mentre la battaglia per la presa di Bakhmut nel Donbass si “incancrenisce” in una schermaglia continua fatta di fango e trincee. Nonostante gli insuccessi militari, l’esodo dei renitenti alla leva e gli appelli al cambiamento da parte di oppositori come Naval’nyj, il regime di Putin in Russia sembra ben saldo e il patriottismo della società pare essere in crescita. Eppure, ciò non corrisponde del tutto all’impressione che se ne ricavava nel periodo di poco antecedente all’invasione della repubblica confinante: l’entusiasmo, in fin dei conti circoscritto, che aveva seguito l’annessione della Crimea nel 2014 era sopito, le riforme costituzionali del 2020 erano state accolte senza grossi criticismi o forti spaccature, mentre due anni di pandemia sembravano “certificare” un clima di generale smobilitazione e apatia politica. Le stesse notizie riguardanti l’ammassamento di truppe ai confini non si accompagnavano a grandi manifestazioni di massa di sostegno all’esercito, ma anzi – pure a livello internazionale – venivano sostanzialmente accolte come parte di una strategia di forzatura diplomatica che si sarebbe sgonfiata di lì a poco.

Diventa allora lecito chiedersi: l’aggressione contro l’Ucraina rappresenta il culmine di un processo già avviato da tempo oppure si tratta dell’inizio di sviluppi inediti, e per molti versi terrificanti, in seno alla società russa? Nel corso dell’ultimo anno, ha provato a rispondere a tali interrogativi lo storico e analista inglese Ian Garner, con una ricerca sistematica basata su canali di comunicazione e testimonianze dirette confluita nel libro Z Generation: Into the Hearth of Russia’s Fascist Youth (Hurst Pubisher, 2023). Il volume, scritto con uno stile che mischia un piglio da cronaca giornalistica all’organicità dell’approccio accademico, racconta innanzitutto di una cesura psicologica profonda che ha investito la popolazione russa, in particolare le sue fasce più giovani, dal 24 febbraio 2022 in poi: una sorta di cambio quasi repentino nell’atteggiamento di tanti, teso a giustificare quanto stava avvenendo e a “dar senso” nella propria testa a un’operazione militare che invece di sensato aveva ben poco, ma che allo stesso tempo costituisce – questo sembra dirci la ricerca di Garner – nient’altro che una sorta di passaggio dalla potenza all’atto, il crescere spontaneo di “semi ideologici” che erano già stati interrati da parecchio. In realtà, è evidente che lo scoppio della guerra in Ucraina ha portato a reinterrogarsi sul carattere della politica della Federazione Russa e sulla natura del potere putiniano rispetto a una molteplicità di livelli, andando a rileggere quanto era successo durante gli anni precedenti sotto una differente luce: riesce difficile per esempio non considerare gli eventi di nove anni fa (con la già citata annessione della Crimea e il foraggiamento del conflitto del Donbass) come una strategia funzionale ad anticipare l’invasione su larga scala a cui stiamo assistendo ora, e non più come una circoscritta “mossa tattica” per mantenere una leva di pressione sulla nazione ucraina; similmente, le varie leggi di segno conservatore e autoritario varate in Russia soprattutto dopo il 2010 – la legge sugli “agenti stranieri”, le misure contro la “propaganda LGBTQ” (inasprite tra l’altro durante lo scorso autunno) o la depenalizzazione della violenza domestica – possono adesso apparire come tentativi di “forgiare” una società maggiormente coesa e ideologicamente unita nella fedeltà verso una concezione di nazione forte e pura in vista di un crescente interventismo militare. Ma, ancora: l’insistenza da parte del Cremlino nel non voler definire quanto sta accadendo in Ucraina una “guerra” bensì una “operazione speciale” indica come esista l’intenzione da parte delle élite del Paese di mantenere il popolo in una condizione di sostanziale smobilitazione, nel lasciare che il sostegno e la fedeltà al regime nascano innanzitutto da un’apatia generalizzata più che da un’agitazione patriottica diffusa. Le due cose non sono necessariamente in contraddizione. Anzi, potrebbero al contrario costituire l’essenza più specifica del putinismo, per come lo ha definito il politologo e dissidente russo Ilya Budraitskis in un articolo su Spectre: «Il fascismo contemporaneo non ha più bisogno di movimenti reazionari di massa. Non ha bisogno di utilizzare metodi da guerra civile per reprimere l’organizzazione della classe operaia e ridurre quest’ultima a uno “stato amorfo” per mezzo della violenza. Questo compito è già stato portato a termine nel corso degli ultimi decenni dalla svolta neoliberista nei Paesi occidentali e dalle riforme di mercato e dalle “shock therapy” degli anni ‘90 negli stati post-sovietici.  […] L’espressione di un sostegno di massa per la guerra può dunque e deve avvenire solo in forme rigidamente approvate dall’alto: concerti patriottici e “flash mob” organizzati dalle autorità». Come un macabro rituale, infatti, l’invasione su larga scala è stata prima “annunciata” il 18 marzo 2022 nell’anniversario dell’annessione della Crimea e poi celebrata un anno più tardi durante il 23 febbraio, Giorno dei Difensori della Patria, sempre allo stadio Lužniki di Mosca, con performance musicali pop-rock, coreografie corredate dal simbolo “Z” e dal nastrino di San Giorgio, cori di giovani e giovanissimi che intonano canti patriottici e, ovviamente, il presidente che si rivolge alla nazione. Una sorta di strano pastiche postmoderno, in cui forme esasperate e “tradizionali” di sciovinismo si uniscono al linguaggio dell’intrattenimento di massa, a codici quasi di leggera spensieratezza.       

       

Z Generation di Ian Garner prova appunto a delineare i tratti di questo nuovo “fascismo quotidiano”, che sta prendendo sempre più piede nella Russia di Putin. Un fascismo che non si presenta più con le dinamiche verticali e rigide del secolo XX, ma appunto come un’ideologia liquida e parcellizzata, che si veicola soprattutto attraverso i social e investe più la dimensione individuale che quella di comunità. Annota infatti l’autore all’inizio del libro (echeggiando in qualche modo le considerazioni di Budraitskis): «La cultura moderna del fascismo si diffonde non con partiti o istituzioni ufficiali – partiti nazisti o camicie brune del ventunesimo secolo – ma attraverso la cultura popolare e della rete. Oggi, non esistono porte chiuse dietro le quali l’ideologia fascista non può arrivare. I partiti non hanno più bisogno di creare dei movimenti di massa nel momento in cui sui social media si possono creare, far crescere gruppi già esistenti oppure rimuoverli grazie a un semplice click col mouse».…

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