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Grandi dimissioni, intervista a Francesca Coin

In tutto il mondo sempre più persone si dimettono. L’evento scatenante è stata la pandemia di Covid-19 ma le ragioni di un fenomeno ampio e complesso come le grandi dimissioni hanno radici più profonde, che vanno ricercate nell’erosione dei diritti e nel tradimento del patto di fedeltà tra lavoratori e aziende operato da quest’ultime. Francesca Coin ha dedicato a questo tema un libro dal titolo “Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita”, uscito quest’anno per Einaudi.
grandi dimissioni

Partiamo da una mia curiosità, che precede l’uscita del libro. Quando si propone un libro sulle grandi dimissioni lo si fa pur sempre a una casa editrice, che è un’azienda a tutti gli effetti. Quali sono state le reazioni che ha ricevuto in seguito alla proposta di pubblicare un volume che affronta un tema così delicato e anche provocatorio?

Bisognerebbe chiederlo all’editore ma in ogni caso non si è creato alcun imbarazzo. Anzi, mi sembra che l’editore abbia risposto con interesse e curiosità.

Ora arriviamo alla domanda che viene rivolta al lettore nella quarta di copertina del libro, che riporto alla lettera: “Ci hanno sempre ripetuto che il lavoro è ciò che ci definisce, il fondamento della nostra dignità di esseri umani. E allora perché, in tutto il mondo, sempre più persone si dimettono?”. Appunto, perché?

Il tema dell’identificarsi con il proprio lavoro è un processo di lungo corso; io mi sono limitata a guardare quanto è accaduto negli ultimi cinquant’anni, in cui si è promesso che il lavoro non avrebbe fornito semplicemente un salario ma anche la realizzazione personale, addirittura forme di emancipazione e di piena realizzazione umana. Queste sono alcune delle promesse con cui è stata legittimata un’epoca segnata dalla deregolamentazione del mercato del lavoro e dalla nascita di forme di lavoro atipiche. In questo contesto, il paradosso del lavoro contemporaneo, come ha già fatto notare David Graeber, è che le persone vi ricercano la loro realizzazione ma nel contempo lo detestano. Si tratta di una questione legata al nostro tempo perché, negli ultimi quarant’anni – con la crescita dell’economia dei servizi e, citando ancora Graeber, l’avvento di lavori “senza senso”, che cioè non rispondono immediatamente alle esigenze sociali, sono decadute le ragioni che spingevano a cercare nel lavoro qualcosa che andasse oltre il salario, pensiamo solo alla distinzione introdotta durante la pandemia tra lavori essenziali e inessenziali. Sempre più persone si stanno chiedendo che cosa effettivamente il lavoro produca a livello sociale e cosa dia loro: il suo senso è spesso perduto, i salari sono troppo bassi, i sacrifici troppo onerosi e questo genera una tensione a cui si risponde a volte con una fuga.

Quando parliamo del paradosso del lavoro contemporaneo sembra di essere in presenza delle stesse dinamiche di una relazione tossica: cerchiamo il fondamento della nostra dignità laddove viene calpestata. Viene quindi più da chiedersi in realtà che cosa spinga le persone a mantenerle certe occupazioni piuttosto che a lasciarle.

Per tenermi sulla metafora della relazione, già Sarah Jaffe nel suo Il lavoro non ti ama (Minimum Fax, 2021) aveva parlato del lavoro come destinatario d’amore. Il tema del lavoro d’amore nasce dalla letteratura femminista, che da anni mostra come il ruolo sociale attribuito alle donne fosse presentato come un destino, da cui ciascuna poteva derivare la realizzazione di sé. Nel tempo, però, le donne hanno osservato che sotteso a quel ruolo di madre o di moglie, spesso era solamente lavoro non pagato. Nel lavoro salariato, in modo affine, oggi il coinvolgimento affettivo ed emotivo del personale si traduce spesso in lavoro non pagato. La pandemia in questo sens…

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