Cuba a 70 anni da quello storico 26 luglio 1953

70 anni fa, con l’assalto alla Caserma Moncada di Santiago De Cuba, iniziava la rivoluzione che avrebbe cambiato la storia dell’isola e per tanti nel mondo avrebbe rappresentato la possibile realizzazione di un sistema politico, economico e sociale più equo. Ma quelle speranze furono ben presto tradite con l’adozione del modello sovietico. Oggi, in una società corrotta e segnata da profonde disuguaglianze, la richiesta di una realtà più giusta e più equa torna a farsi prepotentemente sentire, aprendo nuovi spazi per l’azione della nuova sinistra autoctona sviluppatasi negli ultimi anni.
Rivoluzione cubana

Il 26 luglio ricorre il settantesimo anniversario dello storico assalto alla Caserma Moncada a Santiago de Cuba, avvenuto appunto il 26 luglio 1953.

All’alba, in quel giorno, circa 150 guerriglieri, riuniti in una casa della città di Santiago, ascoltarono dalla voce di Fidel Castro Ruz la lettura del Manifiesto del Moncada, scritto nei giorni precedenti dal poeta Raúl Gómez García e ispirato alla “rivoluzione incompiuta iniziata da Céspedes nel 1868, proseguita da Martí nel 1895 e aggiornata da Guiteras e Chibás nell’era repubblicana”.

Quell’anno, inoltre, ricorreva il centenario della nascita di José Martí, lo scrittore rivoluzionario, nato nel 1853 e considerato l’“apostolo” del movimento per l’indipendenza cubana. L’obiettivo dichiarato del Manifiesto era quello di farla finita con la vergognosa corruzione del regime dittatoriale di Batista e con la secolare soggezione politica, economica e persino morale dell’isola allo strapotere statunitense. E per questo si dichiarava la volontà di realizzare una giustizia sociale totale e definitiva basata sull’avanzamento economico e industriale secondo un piano sincronizzato e perfetto, frutto di uno studio ragionato e meticoloso” e di applicare “la Costituzione data al popolo nel 1940 (ma abrogata di fatto con il golpe di Fulgencio Batista del marzo 1952), ristabilendola come Codice Ufficiale”.

Il Manifiesto si concludeva con i versi: “In nome dei martiri / In nome dei sacri diritti della patria / Per onorare il centenario…”.

Dopo quella lettura, i guerriglieri, divisi in varie colonne, vestiti con le divise dell’esercito della dittatura batistiana al fine di confondere i 400 soldati acquartierati nella caserma, sotto il comando di Fidel Castro, ma anche di Abel Santamaría e di Léster Rodríguez, attaccarono la Moncada.

L’assalto in realtà fallì e comportò numerose vittime tra i guerriglieri (oltre 80), sia in combattimento sia soprattutto a freddo poi nelle carceri della caserma, e, nelle settimane successive, una feroce repressione con la proclamazione dello stato d’assedio e la sospensione delle già scarse garanzie costituzionali.

“La storia mi assolverà”

Lo stesso Fidel Castro, dopo una breve fuga sulle montagne della Sierra Maestra, fu arrestato e processato. Durante quel processo pronunciò il celeberrimo discorso “La storia mi assolverà”, nel quale spiegò e giustificò le sue azioni e indicò il progetto suo e dei suoi compagni per salvare Cuba dai “sei mali che l’affliggevano” (il problema della terra, quello dell’industrializzazione, degli alloggi, della disoccupazione, dell’istruzione e della salute), dunque dall’oppressione della dittatura e dalla sottomissione al vicino gigante nordamericano. Le soluzioni delineate nel lungo discorso si condensavano in “cinque leggi rivoluzionarie” da attuare nell’isola: il ripristino della Costituzione del 1940; la riforma agraria; il diritto dei lavoratori dell’industria a ricevere il 30% dei profitti della loro azienda; il diritto dei lavoratori dello zucchero …

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.