Shimon Peres, 100 anni fa nasceva uno degli uomini simbolo della storia d’Israele

Il 2 agosto del 1923 nasceva Shimon Peres. Ripercorrerne la biografia e la carriera politica significa portare alla luce diverse contraddizioni che fanno parte del Paese di cui ha segnato la storia.
Shimon Peres

Nessuno potrà mai sapere cosa avrebbe pensato Shimon Peres delle oceaniche manifestazioni contro la riforma della giustizia in Israele che hanno messo nell’angolo il premier Benjamin Netanyahu. In questo periodo complicato per lo Stato israeliano, a cento anni dalla nascita del suo ex Presidente, la figura di Peres resta per molti versi legata alla storia stessa del Paese.

A cominciare dalle sue origini. Poche biografie come quelle di Peres raccontano la prima fase di vita dello Stato ebraico: nato in una cittadina dell’attuale Bielorussia, a maggioranza polacca, emigrò a dieci anni con la famiglia nel 1932 in Israele, che all’epoca non esisteva ed era amministrato dal mandato britannico seguito al primo conflitto mondiale, in terre comprate dai palestinesi grazie ai fondi internazionali che il sionismo politico garantiva per i coloni del futuro “focolaio domestico” degli ebrei, ben prima della Shoah. La fuga della famiglia si rivelò decisiva: gli ebrei che rimasero in quel territorio vennero sterminati dai nazisti, mentre la famiglia Peres divenne parte integrante di quella leadership Aschenazita (ebrei originari dell’Europa orientale) che avrebbe dominato la politica del Paese dalla sua nascita, nel 1948. Fu tra i fondatori dei kibbutz (forme associative volontarie di lavoratori) di Geva e Alumot, in linea con quell’afflato socialista che la prima generazione del sionismo politico aveva come grammatica di un progetto che oramai ha palesato – anche grazie agli storici israeliani – il suo intento neocoloniale fin dal principio. E ancora, nel 1947, aderì all’Haganah, organizzazione paramilitare ebraica attiva nella Palestina storica tra il 1920 e il 1948, confluendo poi nell’esercito israeliano, ma che ha rappresentato quel “terrorismo ebraico” in Palestina di cui molto poco è stato raccontato. Attentati dinamitardi alle strutture ferroviarie del Paese, sabotaggio ai danni delle installazioni radar e delle postazioni della polizia britannica, regia dell’immigrazione illegale nel Paese, in un rapporto di continua tensione con la Gran Bretagna: al suo fianco contro le insurrezioni arabe e nel conflitto contro le forze dell’Asse, ma pronte a colpire anche gli interessi di Londra se vedevano limitati i progetti di colonizzazione in Palestina.

Peres, nella prima fase della sua parabola politica, si caratterizza per due elementi: essere un pupillo del ‘padre della patria’ Ben Gurion ed essere un maestro nell’acquisto di armi per gli israeliani. Con un altro mito israeliano, Moshe Dayan, viene coinvolto in uno scandalo, l’affaire Lavon. Un’operazione segreta condotta in Egitto, nel 1954, nome in codice Susannah. Un gruppo di civili egiziani vennero reclutati per piazzare bombe che terrorizzassero la popolazione ebraica locale, spingendola a sentirsi minacciata e a emigrare verso Israele. Lavon, all’epoca Ministro della Difesa, dovette dimettersi e Ben Gurion si liberò dei due giovani zelanti, Peres e Dayan, che uscirono dal partito. Alla morte di Ben Gurion, le forze progressiste fondarono il Partito Laburista, del quale Peres è stato un pilastro storico. Ecco che in un’unica biogra…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.