Dopo il 7 ottobre: ancora dalla parte del popolo palestinese, ma ripensare il come

La lotta del popolo palestinese va sostenuta e vanno respinte al mittente le accuse strumentali e propagandistiche di “antisemitismo”: non c’è nulla di razzista nel difendere i diritti di un popolo, a partire da quello di vivere in pace sulla propria terra. Ma non basta, non può bastare, né a me, né a chiunque si definisca socialista o di sinistra. Serve una riflessione più profonda che faccia i conti con l’orrore dell’iniziativa di Hamas e con la necessità di ripensare una prospettiva di convivenza democratica fra i due popoli. Una ricostruzione storico-politica da parte di chi, come l’autore di questo articolo, è impegnato da tutta la vita per la causa palestinese.
popolo palestinese

Una lunga storia di schieramento
Sono un sostenitore della causa palestinese da quasi mezzo secolo. Ero al liceo, ma ricordo come fosse ieri lo sgomento provato per la strage di Tell al-Zaʿtar, il campo profughi in Libano assediato e preso d’assalto dai fascisti cristiani della Falange, sostenuti dall’esercito siriano di Hafez Assad. E di ricordi ne ho tanti, in gran parte legati alle stragi, distruzioni e lutti subiti dal popolo palestinese, nella sua terra occupata e nei campi dove si illudeva di aver trovato rifugio. Potrei parlare a lungo dell’operazione “Pace in Galilea”, l’invasione del Libano scatenata da Israele nel 1982, culminata con l’occupazione di Beirut e la strage dei campi di Sabra e Chatila, o dell’attentato sionista contro Radio Onda Rossa, in cui solo per un caso non rimasi coinvolto direttamente. Quella notte di ottobre era di turno al microfono il mio collettivo, ma dei compagni ci chiesero all’ultimo momento un cambio, per cui furono loro ad essere investiti dall’onda d’urto dei tre chili di esplosivo piazzati davanti la porta dell’appartamento dal quale trasmettevamo. Solo la resistenza della porta blindata impedì che ci fossero vittime.

Poi, le mobilitazioni in sostegno della prima Intifada, iniziata nel 1987 nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967, una rivolta di massa repressa dalle forze di sicurezza israeliane comandate da Ytzhak Rabin, che raccomandava ai suoi uomini di utilizzare “forza, violenza e botte” e di spezzare le braccia ai giovani che lanciavano sassi contro i soldati.

Ancora, dopo le speranze suscitate dagli Accordi di Oslo e dall’immagine di Rabin e Arafat che, il 13 settembre 1993, si stringevano le mani sotto lo sguardo compiaciuto del Presidente statunitense Bill Clinton, l’assassinio di Ytzhak Rabin, caduto sotto i colpi di un colono ebreo. Una situazione confusa, in cui si alternavano le speranze suscitate dagli accordi e gli attentati, sullo sfondo di uno scenario mondiale attraversato da mutamenti epocali, a partire dalla prima guerra contro l’Iraq e dal collasso dell’Unione Sovietica; avvenimenti che relegavano la questione palestinese in secondo piano. Intanto, quasi in sordina, sulla scena mediorientale crescevano nuovi attori. Il movimento di resistenza islamico Hamas era nato nella Striscia di Gaza nel 1988, come filiazione della Fratellanza Musulmana e con la benevolenza di Israele, che vedeva di buon occhio un elemento di disturbo all’OLP. Più o meno contemporaneamente, in Libano aumentava di giorno in giorno l’influenza di Hezbollah, il “Partito di Dio” della minoranza sciita, la più povera del Paese, finanziato e sostenuto dall’Iran khomeinista. Tutto il mondo dovette prendere atto della forza di Hezbollah quando le truppe israeliane che ancora occupavano il sud del Libano nel 2000 furono costrette a sloggiare dall’offensiva dei miliziani sciiti, che da allora costituiscono in quell’area e nell’immensa periferia di Beirut un vero e proprio Stato nello Stato, molto più autorevole ed efficiente di quello ufficiale. Pochi mesi dopo, l’ingloriosa ritirata israeliana dal sud del Libano, nei territori palestinesi occupati erompeva la seconda Intifada.

Come molti, negli anni immediatamente precedenti il 2000 avevo seguito con meno interesse le vicende israelo-palestinesi, preso com’ero da altre questioni. Soltanto nello scorcio finale del 2001, dopo mesi di un’Intifada molto diversa dalla prima, un gruppo di attivisti di diverse organizzazioni, insieme a palestinesi residenti in Italia, si riunì per formare il Forum Palestina. Gli obiettivi erano molto semplici e vertevano sull’applicazione delle risoluzioni dell’ONU (mai rispettate da Israele) e degli accordi fra Rabin e Arafat (idem come le risoluzioni: mai rispettati dai governi israeliani). La seconda Intifada era caratterizzata da un livello di violenza molto superiore a quello della prima, in cui le armi dei palestinesi erano le pietre e al più qualche coltello. A partire dal 2000, avevano fatto la loro comparsa le armi da fuoco ed un nuovo e terribile strumento: gli attentati suicidi. Militanti palestinesi imbottiti di esplosivo si facevano saltare in aria nei luoghi dove si affollavano gli israeliani: centri…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.