Navalny: “Potete fermare me ma non il nostro lavoro”

Quella che segue è la trascrizione del discorso in tribunale di Aleksej Naval'nyj letto, da remoto, il 15 marzo 2022, mentre l'uomo si trovava già in carcere. In Russia esiste, dai tempi dell'Unione Sovietica, una tradizione nei tribunali: il discorso di autodifesa degli imputati. A dissidenti politici di fatto già condannati dal sistema, viene offerta la possibilità di perorare la propria causa, prendendo la parola per un'ultima volta. Ne conseguono spesso discorsi appassionati, in cui gli imputati incarcerati per ragioni politiche difendono la causa della libertà di espressione e di dissenso. L'associazione per la difesa dei diritti umani Memorial, nella persona di Sergej Bondarenko e Giulia De Florio, ne ha raccolti alcuni nel volume "Proteggi le mie parole" (E/O, 2023). Il discorso che segue non era il primo discorso di autodifesa che Naval'nyj pronunciava: contro di lui nel corso del tempo il potere russo aveva intentato almeno 10 procedimenti. L'ultima condanna, a 19 anni di colonia penale, gli era stata inflitta ad agosto 2023.

L’imputato Naval’nyj può fare la sua ultima dichiarazione». Se mi avessero dato dei soldi ogni volta che ho sentito questa frase, sarei ricco da un pezzo anche con il crollo del rublo.
Tutte queste “ultime” dichiarazioni mi divertono persino, lo confesso. “Se è davvero l’ultima dichiarazione, perché non fa che parlare e parlare e parlare e parlare?”: qualcuno che sgrana gli occhi e lo pensa ci sarà sicuramente.
Sarò franco: all’inizio di questo processo ho pensato seriamente di rinunciarci, alla mia ultima dichiarazione. Quante volte può essere l’ultima, eh?
Poi ho deciso di farla comunque, e questo perché “l’ultima dichiarazione” è davvero una cosa fuori dell’ordinario. Per l’ultimo giorno di apertura di un negozio cosa scrivono? Non “saldi”, ma “fuori tutto”. E un sacco di gente entra e compra qualcosa.
Allo stesso modo, l’ultima dichiarazione è l’opportunità di tirare fuori tutto sapendo che ci sarà più gente a sentire quello che dici. Dunque sì, farò la mia ultima dichiarazione.
Vorrei iniziare con una specie di risposta. Perché, in sostanza, questi processi sono una sorta di dialogo tra me e i miei compagni e voi che avete il potere.
Se noi diciamo: «Stiamo facendo questo», voi dite: «Bene, sono cinque anni di galera».
Noi azzardiamo «Vorrà dire che faremo quest’altro», voi: «Benissimo: ce ne aggiungiamo un’altra manciata».
«Non ci fermerete!» – «Estremisti!».
Il tono dello scambio è questo.

Approfitto, perciò, di questa mia ultima dichiarazione per annunciare ufficialmente a chi crede che in virtù di questo mio lungo isolamento la Fondazione anticorruzione si fermerà, chiuderà, rallenterà i lavori e andrà in malora (o chissà cos’altro), che tutto questo non accadrà mai. Lo dico perché c’è chi spera che chissà quali disastri la colpiranno una volta emessa la sentenza che mi riguarda.

E invece no! Non solo la Fondazione non si fermerà, ma avrà piuttosto una portata globale. Ne faremo un’organizzazione internazionale che il [Roskomnadzor – microfono silenziato] e il Cremlino provvederanno subito a schedare, ma che sarà ancora più grande e più forte. Faremo ancora più video e ancora più indagini, e smaschereremo un numero ancora maggiore di persone che impediscono al nostro Paese di vivere. Ragion per cui la Fondazione anticorruzione non farà che crescere, fino a diventare internazionale.

E veniamo a questo processo. Ha una peculiarità importante: è molto diverso da tutti gli altri. Non per questioni procedurali, né perché si svolge mentre sono in carcere, e nemmeno per la pena spropositata che è stata richiesta. Anche perché, Vostro Onore, con tutto il rispetto, il record del processo celebrato presso il tribunale di Chimki resta imbattuto. Là avevo sopra la testa i ritratti di Ežov e Jagoda. Ed è stato pazzesco. Voi non potete che arrivare secondi.

Questo processo, pe…

A Hebron è in vigore l’oppressione permanente dei palestinesi

Dalle punizioni collettive alle tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale,  passando per le “sterilizzazioni” delle strade dalla presenza palestinese come le chiamano i soldati, ogni “misura temporanea di sicurezza” che istituzioni e coloni israeliani testano su Hebron diventa poi uno strumento d’oppressione permanente imposto sull’intera Cisgiordania. Per usare le parole di Issa Amro, leader della resistenza non violenta nella regione, Hebron è il “laboratorio dell’occupazione”.

“Israelism”, la rivolta dei giovani ebrei negli USA contro l’indottrinamento sionista

Il film di Sam Eilertsen ed Erin Axelman “Israelism”, proiettato recentemente in Italia, racconta il processo di presa di coscienza di una intera generazione di ebrei americani cresciuti fin da bambini in un ambiente di ferreo indottrinamento al culto di Israele e alla propaganda sionista. Finché molti di loro, confrontandosi con la realtà dei palestinesi attraverso viaggi sul posto o nei campus universitari, non capiscono di essere stati spinti ad annullare la loro ebraicità nella fede cieca in un progetto etnonazionalista.

Basta con le Identity politics: non conta se sei oppresso ma se combatti l’oppressione

Nella sinistra postmoderna il discorso sull’oppressione tende a ridursi al punto di vista della vittima. Gli oppressi vengono collocati all’interno di un gruppo indifferenziato la cui unica cifra è l’oppressione stessa. Questo atteggiamento porta ai giudizi ad hominem, poiché non contano tanto le idee ma la posizione in cui si colloca chi le esprime: se non sei un oppresso, non puoi parlare di emancipazione. Se sei un “vecchio uomo bianco”, tenderai sempre e solo a voler mantenere i tuoi privilegi. Le discussioni su chi ha il diritto di parola dovrebbero però lasciare il posto alle discussioni su che cosa ha da dire.